relazioni - Ce.S.P.Im

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ASSOCIAZIONE PER LE DONNE
E I MINORI IMMIGRATI - ONLUS
ISLAM E FEMMINISMO
STEREOTIPI OCCIDENTALI E COMPLESSITÀ
DELL’UNIVERSO FEMMINILE ISLAMICO
Sanremo 12 maggio 2012 ore 11.00
Sala Conferenze dell’Istituto Internazionale di Diritto Umanitario
villa Ormond, Corso Cavallotti 113
RELAZIONI
1
Asma LAMRABET 1
DONNE MUSULMANE E STEREOTIPI OCCIDENTALI: REALTA’ O PREGIUDIZI?2
Introduzione
Le due cose (realtà e pregiudizi) coesistono e l’una alimenta l’altra in un mondo che sembra ogni
giorno di più barricarsi dietro identità irrigidite e nel rifiuto dell’altro. Ma che cosa è uno stereotipo
se non un’opinione preconcetta, ripetitiva, accettata senza riflessione né critica profonda e che è
talvolta, anzi spesso, imposta da un comportamento, un vissuto o una esperienza personale, poi
generalizzati? Ci sono dunque degli stereotipi generati da una visione occidentale sui musulmani, così
come esistono degli stereotipi generati da una visione orientale (musulmana) sugli occidentali. E al di
la di certe realtà specifiche per gli uni come per gli altri, le due visioni si autoalimentano all’interno di
un mondo sempre più segnato dall’egoismo, dalla paura dell’altro e che educa all’ignoranza.
Bisogna precisare subito, prima di entrare nel vivo dell’argomento, che il nostro grande problema
oggi è che ciascuno giudica l’altro partendo dal suo punto di vista e dal suo particolarismo. Mentre la
soluzione sarebbe piuttosto quella, come già aveva preannunciato Ibd Rochd (Averroès) (pensatore
musulmano e occidentale) già nel XII secolo, di comprendere l’altro nel proprio sistema di
riferimento. E’ purtroppo quello di cui sentiamo crudelmente la mancanza all’interno del mondo
d’oggi, dove, malgrado gli incredibili mezzi di comunicazione che ci offre la tecnologia moderna,
siamo incapaci di capirci se non attraverso il giudizio e il rifiuto delle nostre rispettive differenze.
Gli stereotipi occidentali
I principali stereotipi occidentali si riassumono nella visione essenzialista in cui le donne musulmane
–quale che sia la loro storia, la loro situazione sociale, geografica o economica- sono al centro
dell’incompatibilità tra due blocchi immaginari: islam e occidente. L’islam -peraltro ci si può
domandare di quale islam si tratti: religione, storia, civiltà, cultura?-, questo blocco omogeneo,
sembra essere da molto tempo refrattario a tutti i corollari della Civiltà: modernità, diritti umani,
democrazia, laicità, etc…Tra i clichés più in voga troviamo: oppressione, velo, burka, lapidazione,
sharia, poligamia. Ecco le parole chiave universali che attraverso un’accanita mediatizzazione hanno
finito per inserire, una volta per tutte, le donne musulmane nello schema fisso de «la donna
musulmana» ineluttabilmente vittima dell’islam.
L’islam è stato sempre considerato, secondo questa visione stereotipata, come una religione
antistorica e dunque ai margini di una storia occidentale, la sola detentrice di una visione
universalista (è ciò che ha spiegato molto bene E. Said nella sua analisi sull’orientalismo, o come
l’Oriente è stato creato e costruito dall’Occidente).
Si assiste quindi ad una vera e propria costruzione ideologica del soggetto “donna musulmana” e da lì
un supersfruttamento di questa tematica dove le donne appartenenti a questa cultura vengono
descritte come recluse in un universo di «non diritti» e parte di un universo differente, altro e
assolutamente estraneo alla cultura universale. Cosa che ha come obiettivo, alla fin fine, di definire
Presidente e co-fondatrice del GIERFI -Group international d’études et de réflexion sur femmes et Islamcoordinatrice del gruppo internazionale di ricerca sulla donna musulmana e il dialogo interculturale.
1
http://www.asma-lamrabet.com/html/articles.htm; http://www.gierfi.org/
2
Traduzione del testo francese della relazione orale
2
l’identità femminile islamica proprio come modello in negativo rispetto alla modernità, alla libertà e
alla civiltà.
La terrificante «macchina mediatica», che è la fonte primaria degli stereotipi, ha costruito delle
norme ormai internazionali di un tipico profilo della donna musulmana ridotta alla sua simbologia più
arcaica, quella di una rappresentazione unica, antistorica, pallido remake della classica visione
orientalista.
Di fatto la «ultra mediatizzazione» internazionale e il discorso ricorrente riguardo la tematica “donne
musulmane vittime dell’islam» con il loro status giuridico precario, con la loro ritardata
emancipazione, la loro messa sotto tutela culturale, i loro burka e veli di ogni tipo, ha finito per
instaurare nell’immaginario collettivo contemporaneo un’immagine indelebile, quella di donne
perennemente sottomesse e fatalmente alienate. Immagine che mantiene sornionamente l’idea che
la disuguaglianza dei sessi è, in fondo, strutturale alla sola simbologia islamica di cui, d’altronde, la
stessa qualificazione di islamica dispensa da qualunque analisi o riflessione profonda. C’è quindi un
accanimento drammatico a voler fare delle donne musulmane, «tutte le donne musulmane», le
principali vittime di un islam necessariamente tirannico, discriminatorio, di sapore barbarico, che
soltanto le vie di una emancipazione occidentale idealizzata e universalizzata a oltranza sono in grado
di liberare.
La necessità di questa parola d’ordine «liberiamo le donne musulmane», indotta da un
etnocentrismo intellettuale ormai evidente, ha finito per relativizzare, se non addirittura per
assolvere, le altre culture e società, in particolare quelle occidentali, da ogni accusa di
discriminazione nei confronti delle loro donne che sarebbero, loro sì, «naturalmente liberate» in
quanto si suppone che abbiano acquisito tutti i loro diritti.
Questo «diritto di ingerenza» intellettuale profondamente ancorato in una certa ideologia
occidentale fa sempre parte dei requisiti previ di un discorso politicamente corretto. «Liberare le
povere donne musulmane vittime dell’islam» è così una formula politica che si vende sempre molto
bene e che testimonia, per quanto possibile, una indubbia appartenenza al mondo «civilizzato».
Il meta-discorso attuale sulla donna musulmana, velata, reclusa, oppressa in fondo è soltanto
un’eterna riproposizione della visione orientalista e colonialista, sempre in voga nelle
contemporanee rappresentazioni postcoloniali, che certe femministe europee hanno a giusto titolo
indicato come l’intreccio di sessismo e razzismo…Questo discorso paternalista e perennemente
accusatore serve soprattutto da alibi a tutte le tendenze politiche di dominazione culturale e
supporta l’analisi binaria che oppone, come se fosse la cosa più normale, due modelli antinomici: il
modello universale della donna occidentale liberata e il particolarismo della donna musulmana
oppressa e quindi da liberare. Peraltro questa ossessione di liberare la donna musulmane ha anche
servito da pretesto politico per legittimare imprese coloniali come la guerra in Afghanistan dove
l’esercito americano ha cercato di liberare le povere afgane dal loro orribile burka…
Può essere utile ricordare qui due fatti evidenti.
* Il primo riguarda l’estrema varietà di donna musulmana. Ci sono tante società musulmane diverse
quanti modelli di donna musulmana che dall’Indonesia al Marocco, passando per l’Arabia Saudita o
l’Europa Centrale e l’Africa Sub-Sahariana, sono, non foss’altro che dal punto di vista geografico,
rappresentativi di una importante eterogeneità socio-culturale. Questa pluralità esistente è in
flagrante contraddizione con l’immagine monolitica e uniformizzante de LA donna musulmana,
proposta dagli stereotipi occidentali e che tende a ridurre sistematicamente tutte le donne
musulmane ad un’unica sola dimensione culturale.
3
* Il secondo fatto da ricordare e di cui ci si dimentica troppo spesso è l’universalità della cultura
discriminatoria nei confronti delle donne. La disuguaglianza dei diritti tra donne e uomini è stata la
regola per millenni e nonostante conquiste incontestabili la situazione subalterna delle donne è un
fenomeno che attraversa, beninteso in gradi diversi, tutte le culture e tutte le civiltà. Oggi l’ intreccio
di patriarcato e ultraliberalismo hanno prodotto nuove forme «moderne» di sfruttamento e di
soggezione delle donne e queste ultime, al sud come al nord, si ritrovano nelle stesse condizioni di
precarietà globalizzata. L’uguaglianza, principio fondante dei sistemi democratici universalisti, resta
una delle promesse maggiormente mancate della modernità ed è quindi evidente che la lotta per il
riconoscimento e l’istituzionalizzazione dei diritti di uguaglianza tra uomini e donne è una battaglia
ancora incompiuta nel mondo attuale3.
E’ importante a questo punto precisare che non si tratta di rifiutare un dibattito su questo tema. La
cosa da rifiutare non è tanto la critica dell’ingiustizia di cui sono vittime le donne in terra d’islam e
nell’ideologia tradizionalista corrente (e che, diciamolo pure, è purtroppo una realtà), ma la
centralità, la logica di «due pesi e due misure» e la manipolazione ingiustificabile che subisce la
questione delle donne musulmane nell’agenda politica di certi governi occidentali e nella visione
paternalista di certe femministe occidentali.
(Vengono veicolati dei clichès ricorrenti che hanno fatto il giro del mondo sulla donna afgana tanto
da essere utilizzati per giustificare l’invasione militare e politica di questo paese. Quanto alla
ideologia sessista dell’alleato saudita che inonda, grazie ai petrodollari, la produzione letteraria
islamica fin dentro le società occidentali essa viene tollerata visti gli innumerevoli interessi in gioco.
Silenzio sulle ruberie di Ben Alì in nome di una liberazione delle donne, alibi di certi dispotismi
arabi!).
Peraltro lungi da noi l’idea di demonizzare l’occidente e considerarlo responsabile di tutti i nostri mali
e lungi l’idea di rafforzare una vittimizzazione sottesa a un certo discorso islamico ottenebrato
anch’esso dall’idea un eterno complotto immaginario verso l’islam. Discorso questo che peraltro
veicola lo stesso tipo di stereotipi: la visione dell’occidente considerato come un blocco omogeneo di
un sistema amorale che ha perduto i suoi valori. Si tratta piuttosto di denunciare la
strumentalizzazione politica di alcune problematiche come, tra le altre, quella relativa alle donne
musulmane e di denunciare ciò che una certa visione occidentale ne vuole fare estremizzandola.
Questo, senza dimenticare che ciò è il risultato di una certa realtà concreta garantita da un sistema
religioso che nei paesi di maggioranza islamica strumentalizza anch’esso la questione delle donne
musulmane.
Donne musulmane: quale realtà?
Credo che sia necessario ammettere che tra tutte le critiche fatte all’islam e ai musulmani quelle
sullo status delle donne restano in fondo relativamente giuste nonostante l’insopportabile
strumentalizzazione politica e mediatica internazionale.
Bisogna dirlo chiaramente: malgrado le diverse situazioni in cui vivono le donne musulmane nel
mondo è evidente che la loro situazione resta segnata dalla visione egemone di una ideologia
islamica ufficiale tradizionalista e rigorista che è diventata più marcata a partire dal riflusso religioso
degli anni ’80.
3
Le statistiche sulle donne nel mondo sono allarmanti: 100 milioni di donne scomparse in Asia, la tratta delle
bianche nel cuore dell’Europa, il fenomeno della violenza contro le donne (vedi il rapporto di Amnesty
International), sul nostro pianeta almeno il 20% delle donne sono vittime di stupri o di maltrattamenti: in
www.aidh.org/Femme/sit_amnesty01.htm.
4
Esiste nelle varie società islamiche una sorta di compromesso generale riguardo a questa questione
intorno alla quale ci sono raggiunti taciti consensi alle spalle delle donne e della loro emancipazione.
Dall’islam ufficiale degli stati ai movimenti islamici di opposizione, passando per gli alti consigli degli
Ulema o per la cultura popolare, è sempre di una stessa visione tradizionalista misogina e
chiaramente discriminatoria che si tratta.
« L’islam onora la donna, le ha concesso tutti i diritti, l’ha protetta…» ecco la sostanza del discorso
detto e ripetuto da molti musulmani, molto spesso sinceri dal momento che riflette in fondo la
veridicità del messaggio spirituale, ma che resta assolutamente insufficiente e infruttuoso sul piano
argomentativo. Un discorso sulla difensiva che perde via via vigore mentre si affanna a smentire delle
accuse purtroppo confermate dalla constatazione tagliente della realtà delle società islamiche. C’è in
effetti un palese contrasto tra quel discorso che si dice e si vuole rispettoso dei valori islamici e la
realtà di un vissuto in cui si giustificano le peggiori forme di discriminazione nei confronti delle
donne.
Di fatto, anche se la situazione delle donne musulmane ha conosciuto in questi ultimi decenni un
concreto miglioramento e cambia in modo ragguardevole da un paese all’altro (codice moudawwana
in Marocco e Code de Statut Personnel in Tunisia) a seconda del livello socio-culturale ciò non toglie
che lo status giuridico delle donne musulmane resta di gran lunga tra i più precari del mondo.
Bisognerebbe riconoscere che gli schemi educativi tradizionali, le disposizioni discriminatorie del
diritto di famiglia e il codice de statut personnel perpetuano, a seconda dei paesi e in grado variabile,
in modo eclatante le disuguaglianze e la subordinazione delle donne e ciò nella grande maggioranza
dei paesi islamici. Dall’analfabetismo (i tassi nei paesi arabi sono i più alti del mondo: 40% di
analfabeti -65milioni, di cui le donne rappresentano i due terzi) allo stato giuridico di minore a vita,
all’assenza di autonomia, agli ostacoli patenti alla partecipazione politica (5% di donne parlamentari),
passando per i matrimoni forzati e i crimini d’onore in certe regioni, tutti questi abusi restano
purtroppo la quotidianità di un gran numero di musulmane e sono nella maggior parte dei casi
garantite da una certa lettura del religioso.
Il discorso islamico attuale sulle donne si riduce ad una visione semplicistica e normativa incentrata
essenzialmente su «le derive tentatrici del corpo delle donne», o «Fitna», e presenta come unica
alternativa l’invisibilità fisica e sociale delle donne come sfogo di tutte le frustrazioni culturali.
Questo discorso tradizionalista è quindi sfasato in rapporto alla realtà sociale musulmana che evolve
e si trasforma in modo lampante agli occhi di alcuni dotti musulmani che, sbalorditi da questa
evoluzione, si ostinano a cercare delle soluzioni datate tra le riflessioni dei loro predecessori di vari
secoli fa.
Questo rifiuto di appoggiare qualunque tentativo di riforma, in particolare relativa alla condizione
della donna, è molto rivelatore della crisi identitaria che vive il mondo musulmano. Infatti le donne
musulmane sembrano rappresentare l’ultimo baluardo da difendere da parte di società minacciate
da altre situazioni di precarietà politica ed economica, le quali, in mancanza di meglio, si attaccano
per quanto è possibile a valori morali molto primitivi. Così le donne sono condannate ad essere le
guardiane di questa morale e per estensione della religione stessa.
I musulmani, da parte loro, di fronte a questa ostilità crescente per la loro religione e alla valanga di
accuse contro di loro si barricano dietro un discorso non meno caricaturale in quanto essenzialmente
alimentato da reazioni impulsive e ripiegamenti giustificatori. Soggetto ad una congiuntura
internazionale e a delle condizioni politiche percepite come umilianti, il mondo islamico, già
indebolito da una tradizionale chiusura, dalla povertà, dal sottosviluppo e dal dispotismo dei suoi
regimi, percepisce questo genere di critiche e in modo particolare quelle relative alle donne come un
segno di ingerenza culturale totalmente inopportuna e insopportabile.
5
Il discorso di liberazione portato avanti dall’occidente non può essere credibile da un certo punto di
vista islamico perché, oltre ad essere screditato da politiche internazionali fondamentalmente
ingiuste nei confronti di un gran numero di paesi musulmani, va a toccare uno degli ultimi baluardi
dell’identità musulmana, cioè la donna. In effetti la donna sembra rappresentare per questo mondo
islamico dall’identità ferita, l’ultimo baluardo da difendere…La donna musulmana ormai rappresenta
la vittima ideale di questa costruzione ideologica speculare e si vede costretta ad incarnare, data la
sua posizione di guardiana della morale, il contro modello rispetto a quello veicolato dall’occidente
considerato privo di valori.
Va sottolineato poi che, malgrado l’avvento delle rivoluzioni arabe e del vento di liberazione che ha
soffiato nelle piazze, le vittorie contro i regimi dispotici hanno lasciato il posto ad una grande
confusione nello spazio politico in cui le donne, nonostante il ruolo chiave che hanno avuto nelle
varie rivoluzioni, sono ancora una volta emarginate dall’azione politica in nome di una certa lettura
del religioso (Egitto, Libia, Yemen…e in grado minore la Tunisia che sembra differenziarsi…il Marocco,
dove le forti manifestazioni, anche senza rivoluzione, hanno portato al cambiamento della
Costituzione, ma dove tuttavia il nuovo governo ostenta un arretramento riguardo la rappresentanza
femminile).
Analisi e conclusioni
Come abbiamo detto all’inizio la realtà e i pregiudizi convivono all’interno di questa tematica così
complessa.
La realtà in cui vivono le donne musulmane è molto complessa e non risponde a questa visione
essenzialista che viene riprodotta a livello internazionale e che dipinge le donne musulmane come
sottomesse e alienate.
Le donne musulmane rappresentano infatti una diversità e una pluralità di vissuti, di storie, di
sofferenze e di lotte, ma anche di successi e di imprese quotidiane…
Allora, è il religioso e quindi l’islam, che appaiono così presenti in queste società, ad essere all’origine
di questa cultura discriminatoria oppure sono le innumerevoli interpretazioni che ne sono derivate e
che hanno fatto di questa religione un potente strumento del patriarcato?
A questo punto io credo che bisognerebbe fare una riflessione e rifiutare l’affermazione secondo cui
la discriminazione e la svalutazione delle donne sarebbero intrinseci ai testi sacri dell’islam. Nessuno
può contestare la deplorevole condizione delle donne così come è vissuta nelle società a
maggioranza islamica, ma sarebbe corretto distinguere tra il contenuto spirituale del messaggio
islamico e le sue diverse interpretazioni, così come bisognerebbe distinguere tra ciò che deriva da
una cultura sociale locale strutturalmente patriarcale e ciò che dipende da precetti spirituali.
Bisognerebbe far differenza tra le fonti originali dove troviamo degli orientamenti davvero
emancipatori e le interpretazioni classiche che hanno svuotato il messaggio dal suo contenuto
spirituale e l’hanno fissato in compilazioni di contenuto strettamente giuridico. E’ importante saper
riconoscere che non è il messaggio spirituale dell’islam ad essere intrinsecamente incompatibile con i
diritti della donna, bensì l’interpretazione abusiva di leggi e testi centrali da parte delle autorità
patriarcali.
Per non cadere in questa visione stereotipata si dovrebbe distinguere tra il messaggio spirituale
dell’islam e i vissuti, le tradizioni e i sistemi religiosi che hanno sclerotizzato tutto il pensiero islamico.
Le ragioni di questa blindatura sono complesse, ma quella predominante è la strumentalizzazione
politica del religioso in terra d’islam, e questo da secoli. Il dramma del mondo musulmano non è
religioso, è essenzialmente politico.
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E’ interessante constatare che la questione delle donne e quella del potere politico in islam sono
strettamente e curiosamente legate dal punto di vista storico.
In effetti le donne sono state –e lo sono tuttora- vittime di un doppio dispotismo: il patriarcato e
l’autocrazia. Sono questi due poteri assoluti che le hanno imbavagliate per secoli e che hanno
contribuito alla progressiva regressione del loro status ratificato del resto dal declino della civiltà
islamica.
Se a questo si aggiunge lo choc dell’incontro con la colonizzazione occidentale si può facilmente
capire l’ampiezza dei danni devastanti sullo status della donna e le sue ripercussioni traumatiche
ancora percepibili ai nostri giorni. Per proteggersi contro il mondo colonizzatore il mondo
musulmano ha in prima battuta sequestrato la donna per paura che si identificasse col modello di
emancipazione occidentale e che ne trasmettesse i valori giudicati come necessariamente anti
islamici…
L’epoca dell’indipendenza non è stata peraltro proficua né per le donne né per gli uomini musulmani
dal momento che un buon numero di lemma come nazionalismo, panarabismo, laicità, democrazia,
sono rimaste parole vuote che hanno legittimato le peggiori ruberie perpetrate da regimi corrotti con
la benedizione dei vecchi colonizzatori.
Conclusioni
In questo modo le donne musulmane nelle loro più varie rappresentazioni restano imprigionate tra
due visioni conflittuali e perennemente contrapposte: un approccio musulmano tradizionalista, rigido
e anacronistico e un approccio occidentale etnocentrico che veicola stereotipi e clichés semplicistici e
sempre più islamofobi.
Tra queste due visioni del mondo è soprattutto la parola delle donne musulmane ad essere
zittita…L’emancipazione delle donne musulmane non può diventare effettiva senza una vera e
propria presa di coscienza e di parola da parte di loro stesse e non di altre che parlino al posto loro!
Le donne musulmane devono quindi inventarsi un altro cammino fuori da questi sentieri battuti in
nome delle loro convinzioni spirituali nonché della loro prospettiva di donne moderne. E’ quindi su
un doppio registro, quello dei diritti umani universali e quello di un religioso riconquistato, che il
cammino di una vera emancipazione delle donne musulmane può compiersi ed avere tutte le
chances di riuscire.
Vorrei precisare che è in questa terza via che mi riconosco come donna impegnata nella lotta per i
diritti all’eguaglianza e alla dignità delle donne musulmane. Un terza via che sa di doversi liberare sia
dell’alienazione occidentale che dal tradizionalismo religioso sclerotizzato.
Una terza via che in nome di un riferimento e di radici spirituali, ma anche in nome dei valori
condivisi di uguaglianza, dignità e rispetto dei diritti individuali, lotta contro gli estremismi di ogni
tipo e rifiuta la svalutazione giuridica, culturale e sociale delle donne.
Abbiamo visto che con le rivoluzioni arabe le donne si sono ribellate alla lettura culturale
tradizionalista e ai dispotismi politici. E’ in questo senso che bisognerebbe smontare questa doppia
componente: quella delle disuguaglianze socio-politiche e quella delle discriminazioni sessiste
tradizionali. Ed è lavorando su questi due fronti, democrazia e riformismo religioso, che le
trasformazioni sociali possono concretizzarsi davvero sul campo.
Ci saranno sicuramente sempre enormi resistenze verso questo processo di emancipazione, ma il
meccanismo si è già messo in moto e niente e nessuno può invertire il corso della storia quando il
cambiamento è in atto. La storia del mondo musulmano che è di nuovo in cammino non potrà più
farsi ormai senza le sue donne.
7
Femmes musulmanes et stéréotypes occidentaux : réalités ou préjugés ?4
Introduction :
Les deux coexistent et l’un alimente l’autre dans un monde qui semble jour après jour s’enfermer un
peu plus dans la crispation identitaire et le refus de l’autre . Mais qu’est ce qu’un stéréotype sinon
une opinion préconçue répétitive, acceptée sans réflexion ni critique profonde mais qui est parfois
voire souvent imposée par un comportement, un vécu ou une expérience personnelle, généralisée
par la suite ?. Il existe donc des stéréotypes générés par une vision occidentale sur les musulmans
comme il existe des stéréotypes générés par une vision orientale (musulmane) sur les occidentaux. Et
au delà de certaines réalités particulières aux uns comme aux autres, les deux types de visions s’auto
entretiennent au sein d’un monde de plus en plus marquée par l'égoïsme, la peur de l’autre et
l’ignorance cultivée.
Il faut préciser de prime abord, avant d’entrer dans le vif du sujet, que notre grand problème
aujourd’hui c’est que chacun juge l’autre à partir de son propre point de vue et de son
particularisme. Alors que la solution serait plutôt comme l’avait préconisé Ibn Rochd (Averroès)
(penseur musulman et occidental) déjà au 12ème siècle, c’est de comprendre l’autre dans son propre
système de référence. C’est malheureusement ce qui nous fait cruellement défaut au sein du monde
d’aujourd’hui où malgré les incroyables moyens de communication que nous offre la technologie de
la vie moderne, nous sommes incapables de nous comprendre autrement que par le jugement et le
rejet portés sur nos différences respectives.
Les stéréotypes occidentaux :
Les principaux stéréotypes occidentaux se résument à cette vision essentialiste où toutes les femmes
musulmanes - quelques soient leurs histoires, leurs situations sociales, géographique ou économique
- sont au cœur de l’incompatibilité entre deux blocs imaginaires : islam et Occident. L’islam –
d’ailleurs on peut se demander de quel islam il s’agit : religion, histoire, civilisation, culture ??- ce
bloc homogène, semble être et depuis bien longtemps, réfractaire à tous les corollaires de la
Civilisation : modernité, droits humains, démocratie, laïcité, etc.… Parmi les clichés les plus en vogue ;
on retrouvera : Oppression, voile, burqua, lapidation, charia, polygamie : ce sont là les mots clés
universels qui à travers une médiatisation acharnée ont finit par catégoriser une fois pour toute, les
femmes musulmanes dans cette grille figée de : « la femme musulmane » victime inéluctable de
l’islam.
L’islam a toujours été considéré, selon cette vision stéréotypée, comme une religion anhistorique et
donc en marge d’une histoire occidentale, seule détentrice d’une vocation universaliste…(C’est ce
qu’a très bien expliqué E Said dans son analyse de l’orientalisme ou comment l’Orient a été créé et
construit par l’Occident…)
On assiste donc à une véritable construction idéologique du sujet « femme musulmane » et de là à
une surexploitation de cette thématique où l’on décrit les femmes appartenant cette culture comme
étant apparemment recluses dans un univers de « non droits » et faisant partie d’un univers
différent, autre et définitivement étranger à la culture universelle. Ce qui a pour but finalement
d’ériger l’identité féminine islamique en véritable modèle « repoussoir » par rapport à la modernité,
la liberté et la civilisation.
La terrifiante « machine médiatique » qui est la source la plus importante de stéréotypes a édifié des
normes, désormais internationales, d’un profil type de la « femme musulmane » réduite à sa
4
Testo originale della relazione orale
8
symbolique la plus archaïque : celle d’une représentation unique, anhistorique, pâle « remake » de la
classique vision orientaliste.
En effet, la « sur médiatisation » internationale et le discours récurent autour de la thématique
« femmes musulmanes victimes de l’islam », avec leur statut juridique précaire, leur émancipation
retardée, leur mise sous tutelle culturelle, leurs « Burquas » et « voiles » de tout genre, a finit par
instaurer dans l’imaginaire collectif contemporain une image indélébile : celle de femmes
éternellement soumises et inéluctablement aliénées. Image, qui entretient, sournoisement, l’idée
que l’inégalité des sexes est finalement structurelle à la seule symbolique islamique dont, d’ailleurs,
le seul qualificatif d’islamique dispense de toute analyse ou réflexion profonde. Il y a donc un
acharnement dramatique à vouloir faire des femmes musulmanes - toutes les femmes musulmanes les principales victimes, d’un Islam forcément tyrannique, inégalitaire et aux relents barbares que
seules les voies d’une émancipation occidentale idéalisée et universalisée à outrance, sont à même
de libérer.
Cette nécessité symbolique de « libération » des femmes musulmanes, induite par un
ethnocentrisme intellectuel qui n’en se cache plus a finit par relativiser voir à absoudre les autres
cultures et sociétés, notamment occidentales, de toute accusation de discrimination envers leurs
femmes qui seraient, elles, « naturellement libérées» et supposées avoir acquis tous les droits.
Ce « droit d’ingérence » intellectuel profondément ancré dans une certaine idéologie occidentale
fait donc toujours partie des préalables requis du discours politiquement correct. « Libérer les
pauvres femmes musulmanes victimes de l’islam » est une formule politique qui se « vend » donc
toujours très bien et qui témoigne, tant que faire se peut, d’une indubitable appartenance au monde
de « civilisé ».
Le métadiscours actuel sur la musulmane, voilée, recluse et opprimée, n’est finalement qu’une
reproduction perpétuelle de la vision orientaliste et colonialiste, toujours en vogue dans les
représentations contemporaines post coloniales et que certaines féministes européennes ont
désigné à juste titre comme étant l’imbrication du sexisme et du racisme…Ce discours paternaliste et
éternellement accusateur sert surtout « d’alibi » à toutes les attitudes politiques de domination
culturelle et conforte l’analyse binaire qui oppose le plus naturellement du monde deux modèles
antinomiques : le modèle “universel” de la femme occidentale « libérée » et le « particularisme » de
la musulmane
opprimée et donc « à libérer ». D’ailleurs cette obsession de « libération » de la femme musulmane a
même servit de « prétexte » politique pour légitimer des entreprises coloniales comme la guerre en
Afghanistan où l’armée américaine a tenté de libérer les pauvres afghanes de leur horrible burka …
- Or, il serait peut être utile de rappeler ici, deux évidences.
*La première concerne l’extrême diversité des femmes musulmanes. Il y a autant de sociétés
musulmanes différentes, que de modèles de femmes musulmanes, qui de l’Indonésie au Maroc, en
passant par l’Arabie saoudite ou l’Europe centrale et l’Afrique subsaharienne, sont, ne serait ce que
géographiquement parlant bien représentantes d’une hétérogénéité socioculturelle importante.
Cette pluralité existante est en contradiction flagrante avec l’image monolithique et uniformisante
de « LA » femme musulmane, reproduite par les stéréotypes occidentaux et qui tend à réduire
systématiquement toutes les femmes musulmanes à une seule et unique dimension culturelle.
*La seconde évidence à rappeler et que l’on oublie trop souvent est celle de « l’universalité »
de la culture de discrimination envers les femmes. L’inégalité des droits entre femmes et hommes a
été la règle pendant des millénaires et malgré des acquis incontestables, la situation subalterne des
femmes est un phénomène qui transcende, à des degrés variables bien entendu, toutes les cultures
et toutes les civilisations. Aujourd’hui, l’imbrication du patriarcat et de l’ultralibéralisme ont induit de
nouvelles formes dites « modernes », d’exploitation et de domination des femmes et ces dernières
aussi bien au Sud qu’au Nord, se retrouvent dans les mêmes situations de précarité « mondialisée ».
L’égalité, ce principe fondateur des systèmes démocratiques universalistes, reste l’une des
promesses les plus inaccomplies de la modernité et il apparaît donc évident que la lutte pour la
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reconnaissance et l’institutionnalisation des droits égalitaires entre hommes et femmes est un
combat encore inachevé dans le monde actuel5.
Il serait important de préciser ici qu’il ne s’agit pas de refuser les critiques sur ce sujet mais ce qui est
à refuser, ce n’est pas tant, la critique de l’injustice dont sont victimes les femmes en terre d’islam et
dans l’idéologie traditionaliste en cours,
et qui disons le clairement est une réalité
malheureusement, mais ce qui est critiquable c’est la centralité, la logique du « un poids deux
mesures » et la manipulation injustifiable dont fait l’objet cette question des femmes musulmanes
dans l’agenda politique de certains gouvernements occidentaux et dans la vision paternaliste de
certaines féministes occidentales.
(On véhicule des clichés récurrents et qui ont fait le tour du monde sur la femme afghane tant que
cela justifie la main mise militaire et politique sur ce pays. Quant à l’idéologie sexiste de l’allié
saoudien qui inonde, grâce aux pétrodollars, la production littéraire islamique, jusqu’à l’intérieur des
sociétés occidentales, elle est « tolérée », vu les innombrables intérêts en jeu. Silence sur les
exactions de ben Ali au nom d’une libération des femmes alibi de certains despotismes arabes !)
Loin de nous donc l’idée de diaboliser l’Occident et de le rendre responsable de tous nos maux et de
nous conforter dans cette situation d’éternelles victimes comme le véhicule un certain discours
islamique obnubilé, lui aussi, par un éternel et imaginaire complot contre l’islam.( idée de l’agenda
politique extérieure occidentale à chaque fois que l’on a des débats concernant les femmes !)
Ce même discours islamique qui lui aussi véhicule la même vision sur l’Occident considéré comme un
bloc homogène, avec le même type de stéréotypes et qui réduit tout l’Occident à un système amoral
et en pertes de valeurs.
Il s’agit donc plutôt de dénoncer l’instrumentalisation politique de certaines problématiques comme
celle, entre autres, des femmes musulmanes et de dénoncer ce qu’une certaine vision occidentale
veut faire de cette problématique en l’essentialisant à outrance. Mais sans oublier pour autant que
ceci n’est que le résultat d’une certaine réalité concrète cautionnée par un système religieux qui dans
les pays majoritairement islamiques, lui aussi, instrumentalise cette question des femmes
musulmanes.
Quelle réalité des femmes musulmanes ?
A ce niveau là, je crois qu’il faudrait savoir admettre, que, parmi toutes les critiques faites à l’égard
de l’islam et des musulmans, celles concernant le statut des femmes, reste au fond relativement
juste et ce malgré l’insoutenable instrumentalisation politique et médiatique internationale qui la
sous tend.
Il faut le dire clairement, malgré les différentes situations dans laquelle vivent les femmes
musulmanes de part le monde, il est évident, que leur situation reste marquée par la vision
hégémonique d’une idéologie islamique officielle traditionaliste et rigoriste, et qui est devenue plus
marquée depuis l’avènement du retour du religieux depuis les années 80.
Il existe une sorte de « compromis » général par rapport à cette question autour de laquelle il y a des
consensus tacites effectués à l’insu des femmes et de leur émancipation dans les différentes sociétés
islamiques. De l’islam officiel des Etats, aux opposants islamistes en passant par les hauts conseils
des Oulémas musulmans ou dans la culture populaire, c’est d’une même vision traditionaliste,
misogyne et clairement discriminatoire envers les femmes dont il s’agit.
« L’islam honore la femme, lui a octroyé tous ses droits, l’a protégé… » C’est là l’essentiel du propos
5
Les statistiques sur les femmes dans le monde sont alarmantes : 100 millions de femmes manquantes en Asie,
la traite des blanches au cœur de l’Europe, le phénomène de la violence contre les femmes : voir le rapport
d’Amnesty International ; sur notre planète au moins 20% des femmes sont victimes de viols ou de mauvais
traitements ; in www.aidh.org/Femme/sit_amnesty01.htm.
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ressassé par beaucoup de musulmans, très souvent sincères, puisqu’il reflète dans le fond la véracité
du message spirituel, mais qui n’en reste pas moins très insuffisant voire infructueux sur le plan de
l’argumentaire. Un discours sur la défensive, qui s’essouffle avec le temps, car il s’évertue à démentir
des imputations malheureusement contredites par le constat cinglant de la réalité des sociétés
islamiques. Il y a en effet un contraste patent entre ce discours là et la réalité d’un vécu qui se dit et
se veut respectueux des valeurs islamiques et où l’on justifie les pires discriminations envers les
femmes.
En effet, même si la situation des femmes musulmanes a connu ces dernières décennies une
amélioration concrète et varie de façon notable d’un pays à l’autre, (code moudawwana au Maroc ,
statut personnel en Tunisie) selon le niveau socioculturel et éducationnel, il n’en reste pas moins
que le statut juridique des femmes musulmanes reste, de loin, des plus précaires au monde.
Il faudrait savoir reconnaître que les schémas éducatifs traditionnels, les dispositions discriminatoires
du droit de la famille et le code du statut personnel, perpétuent, selon les pays, et à des degrés
variables, de façon flagrante les inégalités et la subordination des femmes et ce dans la grande
majorité des pays islamiques.
De l’analphabétisme (les taux dans les pays arabes sont les plus élevés au monde : 40%
d’analphabétisme - 65 millions - dont les femmes représentent les deux tiers), au statut juridique de
mineure à vie, à l’absence d’autonomie, aux obstacles flagrants à la participation politique (5% de
femmes parlementaires), en passant par les mariages forcés et les crimes d’honneur dans certaines
régions…Tous ces abus restent malheureusement l’apanage quotidien d’un grand nombre de
musulmanes et sont dans la plupart des cas cautionnés par une certaine lecture du religieux.
Le discours islamique actuel sur les femmes se réduit à une vision simpliste et normative centralisée
essentiellement sur « les dérives tentatrices du corps des femmes », ou « Fitna » et présente
comme seule alternative, l’invisibilité physique et sociale des femmes comme « défouloir » de toutes
les frustrations culturelles.
Ce discours traditionaliste est donc en déphasage par rapport à la réalité sociale musulmane qui
évolue et se transforme de manière fulgurante sous les yeux de certains savants musulmans qui,
dépassés par ces évolutions, s’entêtent à chercher des solutions surannées dans les réflexions de
leurs prédécesseurs d’il y a plusieurs siècles.
Ce refus de cautionner toute tentative de « réforme » en particulier pour la condition des femmes
est très révélateur de la crise identitaire que vit le monde musulman. En effet, les femmes, semblent
représenter, le « dernier rempart » à défendre pour des sociétés minées par d’autres paramètres de
précarité sociopolitique et économique et par défaut ces sociétés s’accrochent, tant que faire se
peut, à des valeurs morales très rudimentaires. Les femmes sont ainsi condamnées à être les
« gardiennes » de cette morale et par extension de la religion elle même.
Les musulmans, quant à eux, confrontés à cette hostilité grandissante envers leur religion et devant
l’avalanche d’accusations érigés à leur encontre, s’enferment , quant à eux, dans un discours non
moins caricatural puisque essentiellement alimenté par la réaction passionnelle et le repli justificatif.
Soumis à une conjoncture internationale et des conditions politiques perçues comme humiliantes, le
monde de l’islam, affaiblit déjà par un enfermement traditionnel, la pauvreté, le sous
développement et le despotisme de ses régimes, perçoit ce genre de critiques et particulièrement
celles qui ont attrait aux femmes, comme une marque d’ingérence culturelle totalement
inconvenante voire intolérable.
Le discours de libération prônée par l’occident ne peut être crédible pour une certaine vision
islamique car en plus d’être discrédité par des politiques internationales fondamentalement injustes
envers un grand nombre de pays musulmans, il touche à l’un des derniers remparts de l’identité
musulmane à savoir la femme. En effet, la femme semble représenter pour ce monde islamique à
l’identité meurtrie, le dernier bastion à défendre…La femme musulmane symbolise à l’heure actuelle
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la victime de choix de cette construction idéologique en miroir et elle se doit, étant donné, sa
position de gardienne de la morale, d’incarner le « contre modèle » de celui véhiculé par un occident
considéré comme étant en pertes de valeurs.
Et l’on remarque que malgré l’avènement des révolutions arabes, du vent de libération qui a soufflé
dans ses contrées, la lutte réussie contre les régimes despotiques, a laissé place à une grande
confusion au sein de l’espace politique et où malheureusement les femmes, malgré le rôle majeur
qu’elles ont joué au sein des différentes révolutions, sont encore une fois marginalisées de l’action
politique au nom d’une certaine lecture du religieux. (Egypte, Lybie, Yemen...à moindre degré, la
Tunisie qui semble émerger…le Maroc même sans révolution, les fortes manifestations qui ont mené
au changement de la constitution , le nouveau gouvernement affiche un retour en arrière par
rapport à la représentation féminine !).
Analyses et conclusions : répondre à la question femmes musulmanes et stéréotypes occidentaux :
réalités ou préjugés ?
Comme on l’a évoqué au tout début de la conférence, la réalité et les préjugés cohabitent ensemble
au sein de cette thématique très complexe des femmes musulmanes.
La réalité au sein de laquelle vivent les femmes musulmanes est donc très complexe car elle ne
répond pas à cette vision essentialiste qui est reproduite internationalement et qui dépeint les
femmes musulmanes comme étant soumises et aliénées.
Les femmes musulmanes représentent une diversité et une pluralité de vécus, d’histoires, de
souffrances, de luttes mais aussi de réussite et d’exploits de tous les jours…
Alors, est ce le religieux et donc l’islam apparemment si présent dans ces sociétés qui serait à
l’origine de cette culture de discrimination envers les femmes ou bien les innombrables
interprétations qui en ont été soutirées et qui ont fait de cette religion un puissant outil du
patriarcat?
A ce niveau là je pense qu’il faudrait faire la part des choses et refuser l’assertion qui prétend que la
discrimination et la dévalorisation des femmes seraient inhérentes aux textes sacrés de l’islam. Nul
ne peut contester la situation déplorable des femmes telle qu’elle est vécue dans les sociétés
majoritairement islamique, mais il serait juste de distinguer entre le contenu spirituel du message de
l’islam et ses diverses interprétations comme il faudrait savoir différencier entre ce qui émane d’une
culture locale sociale structurellement patriarcale et ce qui relève des prescriptions spirituelles.
Il faudrait savoir différencier entre les sources originelles où l’on retrouve des orientations
véritablement émancipatrices pour les femmes et les interprétations classiques qui ont vidé le
message de son contenu spirituel et l’ont figé dans des compilations à contenu strictement juridique.
Il est important de reconnaître que ce n’est pas le message spirituel de l’islam qui est
intrinsèquement incompatible avec les droits de la femme mais l’interprétation sélective et abusive
des lois et textes centraux par les autorités patriarcales.
Il faudrait donc pour ne pas tomber dans cette vision stéréotypée savoir faire la part des choses
entre le message spirituel de l’islam et le vécu, les traditions et les systèmes religieux qui ont sclérosé
toute la pensée islamique. Les raisons de ce verrouillage sont complexes, mais celle qui prédomine
est principalement représentée par l’instrumentalisation politique du religieux en terres d’islam et ce
depuis des siècles. Le drame du monde musulman n’est pas religieux il est essentiellement
politique.
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Il est curieux de constater que la question des femmes et celle du pouvoir politique en islam, sont
étroitement et étrangement liées du point de vue historique.
En effet, les femmes ont été – et le sont toujours- victimes d’un double despotisme : le patriarcat et
l’autocratie. Ce sont ces deux pouvoirs absolus qui vont les bâillonner pendant des siècles et
contribuer à la régression progressive de leur statut entérinée par ailleurs par le déclin de l’ensemble
de la civilisation islamique.
Si l’on rajoute à tout cela le choc de la rencontre avec la colonisation occidentale on pourra aisément
comprendre l’ampleur des dégâts dévastateurs sur le statut de la femme et ses séquelles
traumatiques perceptibles encore de nos jours. Il faudrait aussi sur ce point rappeler l’importance de
la dimension coloniale et de ses conséquences sur la question de la femme. En se protégeant contre
le colonisateur, le monde musulman a d’abord séquestré la femme de peur qu’elle ne s’identifie à
l’émancipation occidentale et qu’elle n’en transmette des valeurs jugées comme étant forcément
anti-islamiques …
L’époque fragile des indépendances n’a pas pour autant été profitable, ni pour les femmes ni pour
les hommes musulmans puisque bon nombre de slogans comme le nationalisme, le panarabisme, la
laïcité, la démocratie, sont restés des slogans creux, dévoyés, et qui ont surtout légitimé les pires
exactions, perpétrées par des régimes corrompus, sous la bénédiction des anciens colonisateurs…
Conclusion :
C’est ainsi que les femmes musulmanes, dans leurs représentations les plus diverses, restent prise
en otage entre deux visions conflictuelles et en éternelle confrontation : celle d’une approche
musulmane traditionaliste, figée et anachronique et celle d’une approche occidentale
ethnocentrique, véhiculant stéréotypes et clichés réducteurs et devenant actuellement de plus en
plus islamophobe.
Entre ces deux perceptions c’est avant tout la parole des femmes musulmanes en question qui est
dangereusement occultée…Et l’émancipation des femmes musulmanes ne peut réellement devenir
effective sans une véritable prise de conscience et prise de la parole de ces femmes musulmanes
elles mêmes et non des autres qui parleront pour elles et à leurs places !
Elles doivent donc se forger un autre chemin, en dehors de ces sentiers battus, au nom de leurs
convictions spirituelles mais aussi de leur perspective de femmes modernes. C’est donc sur un
double registre, celui des droits humains universels et celui d’un référentiel religieux réapproprié que
le chemin d’une véritable émancipation des femmes musulmanes peut avoir lieu et avoir toutes les
chances de réussite.
Je voudrais avant de terminer préciser que c’est au sein de cette troisième voie que je m’inscris en
tant que femme engagée dans la lutte des droits des femmes musulmanes à l’égalité et la dignité.
Une troisième voie qui se doit d’être libérée aussi bien de l’aliénation occidentale que du
traditionalisme religieux sclérosé…
Une troisième voie, qui, au nom d’un référentiel et d’un enracinement spirituel, mais aussi au nom
des valeurs partagées d’égalité, de dignité et de respect des droits individuels, lutte contre les
extrémismes de tout bord et refuse la dévalorisation juridique, culturelle et sociale des femmes.
On a bien vu lors de ces révolutions arabes que les femmes se sont révoltées contre deux discours :
celui de la lecture culturelle traditionaliste et celui des despotismes politiques. C’est dans ce sens
qu’Il faudrait savoir déconstruire cette double composante : celle des inégalités sociopolitiques et
celles des discriminations sexistes traditionnelles. Et c’est en travaillant sur ces deux volets
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démocratie et réformisme religieux que les transformations sociales peuvent avoir des chances de
véritablement se concrétiser au sein de la réalité du terrain…
Il y aura surement encore d’énormes résistances à ce processus d’émancipation mais la dynamique
est déjà en marche…et rien ni personne ne peut inverser le cours de l’histoire quand le changement
est là…et l’histoire du monde musulman qui est de nouveau en marche ne pourra désormais jamais
plus se faire sans ses femmes !
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Asma LAMRABET
FEMMINISMO ISLAMICO: I PRECETTI DEL CORANO A PARTIRE DALLA PROSPETTIVA
DELL’UGUAGLIANZA DI GENERE6
1- Introduzione
Molti sembrano dubitare della legittimità del Femminismo Islamico (FI): perché tutto
attualmente sembra dimostrare che femminismo e islam non possono che contraddirsi, anzi
opporsi. E’ proprio grazie agli studi accademici e alle ricerche elaborate dalle donne nell’ambito
del FI che si sono potuti mettere in evidenza all’interno dei testi sacri dell’islam dei principi
fondanti dell’eguaglianza fra uomo e donna.
La prospettiva dell’eguaglianza di genere, o dell’approccio di genere, è recente nella strategia per
la promozione dell’eguaglianza tra uomo e donna (adottata a Pechino nel 1995). Questa
attualmente è considerata essenziale e addirittura prioritaria in tutti i campi al fine di assicurare
l’eguaglianza dei diritti. Noi vogliamo dimostrare come a partire dal Corano e dai suoi precetti
stabiliti 1400 anni fa e grazie ad una lettura riformista possiamo ritrovarvi dei concetti chiave
riguardo la formulazione degli obiettivi della prospettiva di genere, cioè la promozione
dell’uguaglianza dei diritti, così come dell’equa divisione delle risorse e delle responsabilità tra
uomo e donna.
Ma prima bisognerebbe smontare qualche idea preconcetta sul femminismo e sull’islam
2- Rimettere a posto alcune idee: smontare le idee preconcette.
Il femminismo in senso lato indica in un certo immaginario collettivo un movimento femminile,
nato in occidente, che ha rivendicato l’uguaglianza, l’emancipazione e la liberazione da tutte le
alienazioni, compresa quella culturale e patriarcale e, in particolare, quelle che hanno a che fare
con la religione.
Quanto all’islam di per sé e in modo specifico la questione delle donne musulmane, essi
riflettono un sistema di pensiero e un’ideologia che -secondo la visione di molti- si sono costruiti
fuori dalla storia, dall’occidente e dalla modernità e sembrano costituire da un certo momento in
poi l’esempio per eccellenza di una religione che opprime le donne!
Allora come si può parlare di femminismo musulmano quando le contraddizioni sono evidenti e i
due concetti in antitesi?
Bisognerebbe innanzitutto smontare l’idea che esiste un solo femminismo:
Definire il femminismo: Storicamente si può formulare la definizione di femminismo a partire da
due ipotesi che apparentemente sembrano essere le uniche.
6
Traduzione del testo francese della relazione orale
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1- Definizione ideologica restrittiva: che considera il femminismo una corrente politica che è
nata in occidente e in modo specifico negli Stati Uniti e in Francia dopo la rivoluzione
industriale e cioè verso la seconda metà del XIX secolo.
2- Definizione universalista: che considera il femminismo come prodotto di una continua lotta
delle donne contro l’oppressione patriarcale e che concepisce quindi una continuità di
questa lotta lungo tutta la storia dell’umanità fuori da un contesto storico e/o geografico
dato.
Peraltro è difficile delineare una teoria unica e precisa del femminismo dal momento che
quest’ultimo è attraversato da varie correnti teoriche eterogenee, ma che tentano tutte di
spiegare e di capire perché le donne si ritrovano, in un contesto dato e in un preciso momento in
una condizione di subordinazione.
Comunque, per chiarire ciò e tentare di fornire un approccio concettuale del femminismo, si può
riprendere questa definizione così come è stata formulata da Louise Toupin: “Il femminismo è
una presa di coscienza prima individuale e poi collettiva seguita da una rivolta contro il modo
in cui sono stati organizzati di rapporti tra i sessi e la posizione subordinata che le donne vi
occupano in una data società, in un dato momento storico. Si tratta anche di una lotta per
cambiare questi rapporti e questa situazione”
Il problema è che c’è confusione tra i principi universali della lotta delle donne (femminismo) e
i differenti modelli di femminismo.
Esistono dei principi universali che costituiscono il fondamento delle lotte delle donne, di tutte le
donne, principi che attraversano il mondo intero e i diversi modi di lottare: uguaglianza, lotta
contro la discriminazione, libertà, dignità…mentre i modelli di lotta sono differenti e specifici in
ciascun contesto: quindi sono dei femminismi.
Esempi di Differenti modelli:
- Il femminismo liberale: egualitario o riformista (fedele allo spirito della rivoluzione francese).
- Il femminismo radicale: differenzialista
- Il femminismo politico o marxista
- Evoluzioni attuali e metamorfosi: Gender studies (anni ’70); il Movimento Queer (gender
trouble di Judith Butler); il femminismo ecologista…
- Il femminismo religioso: teologia della liberazione, cattolico (L’autre parole Quebec) o ebraico,
buddista….
- Il femminismo postcoloniale: femminismo che denuncia i rapporti di dominazione a cui sono
state soggette le donne del Sud. Il femminismo postcoloniale è un’entità plurale rappresentata
dal femminismo nero, il femminismo “chicana” (ispanico), il femminismo autoctono (dei popoli
nativi d’America), il femminismo arabo-musulmano e il femminismo indigeno. Questi diversi
movimenti, pur mantenendo la loro specificità hanno contribuito a far emergere un nuovo
pensiero femminista impegnato a ripensare l’oppressione delle donne alla luce dell’oppressione
coloniale e dei contesti specifici delle donne del terzo mondo. Dei concetti come la
colonizzazione, il razzismo o la schiavitù, assenti nel pensiero femminista egemone sono stati
studiati dalle donne del Sud partire dalla loro propria esperienza ed hanno permesso loro di
sviluppare una loro propria strategia di resistenza e mobilitazione.
Il principale fronte comune di questi diversi movimenti è quello del rifiuto del discorso
femminista egemone che ha fatto della condizione delle donne bianche della classe media
occidentale LA condizione universale delle donne. Il femminismo post coloniale si colloca in
questo senso, in rottura con il femminismo egemone che non ha considerato la voce delle altre
donne, quella della così detta maggioranza silenziosa delle donne, rappresentata dalle nere, le
16
ispaniche, le asiatiche e le donne arabe7. Il femminismo egemone ha costruito lo stereotipo delle
donne del terzo mondo come donne passive, sempre vittime di una oppressione generalizzata e
totalizzante. Così, focalizzandosi su questa immagine perfetta di vittima, le femministe
occidentali, attraverso un sottile gioco del rovescio, vedono la loro propria emancipazione
rivalorizzata e confermano la propria superiorità in quella che certe femministe post coloniali
hanno chiamato «la differenza del terzo - mondo». Questa differenza definisce la donna del
terzo mondo come «religiosa» leggi «non progressista», «familista» leggi «tradizionale»,
«legalmente minorenne» leggi «che non ha ancora i suoi diritti», «illetterata» leggi «ignorante».
Questa immagine in negativo della donna del terzo-mondo è necessaria per creare quella della
donna occidentale emancipata, liberata, autonoma: l’una non esisterebbe senza l’altra8 (scritti di
Chandra Mohanty).
Il femminismo post coloniale, quindi, ha effettuato due grandi rotture in questo discorso
teorico femminista egemonico, la prima è stata quella di decostruire l’immagine della donna
del terzo -mondo così come è stata veicolata nel pensiero femminista dominante, la seconda è
stata quella di porre la domanda essenziale: “chi parla per chi?”.
Conclusioni:
Ecco che le donne musulmane ne hanno avuto abbastanza di vedere le altre parlare a nome loro,
di vedere che erano soggetti passivi della loro storia e del loro vissuto. Hanno deciso di parlare
loro per se stesse e di smontare loro stesse che l’islam, la loro religione, fosse la causa della loro
oppressione e della loro disuguaglianza! Di qui l’emergere del femminismo islamico.
3- Il femminismo islamico: emergere di un movimento di rinnovamento femminile nell’islam
Smontare l’idea di un islam che opprime le donne e di donne musulmane soggetti passivi della
loro storia.
Non lo si ripeterà mai abbastanza: non è l’islam che opprime le donne, ma piuttosto la lettura
che ne è stata fatta da secoli e che attraverso interpretazioni umane e l’accumularsi di
compilazioni esegetiche ha radicato una visione discriminatoria delle donne sicuramente favorita
da culture strutturalmente patriarcali.
E’quello che alla fine hanno capito alcune donne musulmane che da una ventina d’anni cercano
di lottare contro questa lettura discriminatoria e armate del loro sapere accademico, teologico e
sociologico sono andate a vedere direttamente cosa dicono i testi sacri dell’islam. Così hanno
scoperto che c’era una discrepanza enorme tra ciò che diceva il messaggio spirituale e ciò che
raccomandava la maggior parte delle letture interpretative e in particolare quelle del diritto
musulmano o Fiqh.
Il rinnovamento femminile in questione
- Non si può quindi fare a meno di constatare l’esistenza all’interno del mondo musulmano, ma
anche nelle comunità che vivono in occidente, di una dinamica femminile in cammino che lungi
dall’essere uniformata pare essere attraversata da sensibilità diverse e di cui, ciascuna a suo
modo, cerca di mettere in discussione il conformismo socio politico tradizionale dello status delle
donne.
Vedi per maggiori dettagli l’articolo di Laetitia Dechaufour, « Introduction au féminisme postcolonial et
genèse de ce courant » : www.resistingwomen.net.
8
Third world différence ; vedi l’articolo supra
7
17
Il fatto è che di fronte ad un discorso islamico che rimane ancorato al passato e completamente
scollato nei confronti della realtà attuale le nuove generazioni di musulmane -e di musulmaniesprimono il bisogno di una terza via che non toglierebbe nulla né alla loro ricerca di senso
spirituale né alla loro aspirazione ad una cittadinanza egualitaria decente in questa modernità
«globalizzata».
L’emergere di questa nuova coscienza femminile musulmana all’interno di questa globalizzazione
e di questa crisi identitaria diffusa costituisce un posta in gioco fondamentale per il futuro delle
società arabo musulmane come anche delle comunità e delle minoranze musulmane in
occidente. Il vissuto delle donne musulmane per sia quanto diversificato, sembra
rappresentare uno stesso dilemma, quello di donne che per la maggior parte si ritrovano
lacerate tra la loro appartenenza culturale -con le sue costrizioni e contraddizioni- e la loro
ambizione legittima a più libertà, più autonomia e più diritti egualitari riconosciuti.
Il nucleo di questo rinnovamento femminile nell’islam risiede nella rivendicazione legittima da
parte di donne musulmane, accademiche, teologhe, universitarie, militanti di associazioni ed
altre, a sviluppare un discorso che sia loro proprio. Bisogna dirlo chiaramente le donne
musulmane non ne possono più di essere «oggetto di studio», di essere dei carpi espiatori, di
vedere che si parla sempre al loro posto e che le si rimanda sempre allo stesso stereotipo: quello
di essere perennemente minori, soggetti passivi della loro storia e ostaggi di discorsi che gli altri
fanno e rifanno a seconda degli avvenimenti geopolitici!
E’ così che una della principali tappe di questo rinnovamento è stato quello di scomporre il
discorso religioso tradizionalista e profondamente discriminatorio nei confronti delle donne
proponendo contemporaneamente una nuova lettura delle scritture a partire da una prospettiva
femminile.
Tutto ciò innanzitutto per ovviare alle lacune storiche dovute all’assenza della visione femminile
nella produzione islamica, ma anche allo scopo di apportare le prospettive e le scelte proprie
delle donne musulmane d’oggi. Questo progetto intellettuale è un progetto di emancipazione
delle donne che costituisce una nuova via contestualizzata di comprensione dell’islam,
comprensione che da molto tempo era monopolio esclusivo dei soli uomini e Ulema musulmani.
Il discorso portato avanti da questa nuova generazione di donne musulmane, è un discorso che
paradossalmente di fronte all’idea veicolata di un islam generatore di discriminazioni sottolinea
la centralità e l’importanza della dinamica liberatrice nell’ambito del mondo islamico . Avendo
avuto accesso alle fonti testuali e in particolare alla dimensione etica del Corano queste donne
hanno capito che la loro reclusione millenaria non dipende dal messaggio spirituale dell’islam,
ma piuttosto da tutte le interpretazioni umane che si sono accumulate nelle compilazioni
accademiche religiose –oltre che nella mentalità- e che sono state favorite da contesti socio
culturali strutturalmente sfavorevoli alla presenza femminile nello spazio pubblico.
Il patriarcato di ieri e di oggi connesso a manipolazioni politiche ricorrenti della religione hanno
costituito nel corso dei secoli fino ad oggi i principali meccanismi di controllo delle donne
musulmane -e degli uomini-.
Le donne portatrici di questo rinnovamento sono quindi coscienti della dinamica determinata dal
messaggio spirituale dell’islam per la liberazione delle donne nel corso della rivelazione storica.
E’ in questo senso che cercano di tornare allo «spirito» del Corano che ha giocato un ruolo
propulsivo in materia di emancipazione delle donne e questo spesso in controtendenza con i
costumi patriarcali dell’epoca. Grazie alle loro ricerche teologiche ed accademiche queste donne
18
hanno dimostrato, argomenti testuali del Corano alla mano, che il discorso sull’uguaglianza tra
uomini e donne è assolutamente valido all’interno stesso dell’islam e che le fonti dell’islam non
costituiscono in alcun modo un ostacolo all’instaurarsi dei diritti di uguaglianza tra uomini e
donne. Queste così dette proibizioni religiose che riguardano le donne e che ci tirano fuori in ogni
occasione semplicemente non esistono nei testi sacri, ma solo nella lunga tragedia storica di una
lettura del religioso che è rimasta ostaggio delle sue derive secolari.
Per questo l’approccio del FI consiste in una nuova lettura dei testi a partire da una prospettiva
femminile e riformista.
4- Necessità di una lettura riformista: Lo studio approfondito e l’approccio riformista delle
fonti devono tener conto della presenza di tre diversi livelli nei versetti del Corano:
a- Versetti universali: che prescindono dal genere e che mettono l’essere umano (al insan)
al centro di tutta la filosofia spirituale. Essi costituiscono di fatto la base del messaggio
coranico, e riproducono i valori universali di giustizia e di uguaglianza. Questi versetti
sono da considerare come il riferimento universale da condividere con il resto
dell’umanità. Sono questi i valori che sono attualmente sanciti da tutte le convenzioni
internazionali che promuovono innanzitutto il rispetto dei diritti e della dignità umana
(wa lakad karamna bani adam).
b- Versetti congiunturali: Che sono stati rivelati per rispondere a domande esplicite
all’epoca della rivelazione, come quelle riguardano la schiavitù, la preda di guerra, il
concubinato, o quelle che attengono alle punizioni corporali, e che corrispondono ad un
tappa conclusa della civiltà umana.
c- Versetti specifici: Che si volevano in accordo con le aspettative e le strutture patriarcali
dell’epoca e che hanno avvallato dei comportamenti discriminatori, o che li hanno
attenuati senza peraltro abrogarli. E’ questo il caso della poligamia che fu considerata
come una concessione agli arabi dell’epoca molto legati a questa tradizione, ma che
contemporaneamente venne condizionata per dissuaderne i sostenitori. Bisogna
ricordare che i primi riformisti musulmani dell’epoca della Nahada non hanno avuto
alcuna esitazione a rivendicare la soppressione pura e semplice della poligamia
(Mohammed Abdou in Egitto e Allal el Fassi in Marocco).
Questa è una visione globale che deve essere capita a livello dell’etica del Corano, cioè quella che
attribuisce la priorità ai valori universali di giustizia, uguaglianza e rispetto della dignità umana.
Ritornare sulla visione degli uomini e delle donne entro la visione olistica vuol dire ritornare sulla
visione degli «esseri umani» e sullo sconvolgimento spirituale che ha conosciuto la civiltà umana con
l’avvento dell’islam cioè quello della liberazione dell’essere umano da tutte le oppressioni. La base
del messaggio coranico si trova in questa esigenza di giustizia (el adl: 300 volte nel Corano) e di
liberazione: cosa che ritroviamo nei concetti di «almooustadaafoune fil ard et muhrarran»
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La ragione, la giustizia, la libertà di coscienza (el aql, el adl, huryate al aquida man chaa
falyouamine) sono i valori fondanti che sono al centro della fede coranica e che l’islam è venuto a far
rinascere dalle ceneri dell’oblio dei messaggi precedenti e dall’indifferenza del cuore degli esseri
umani.
E’ a partire da questi tre valori, veri fondamenti dell’islam che bisognerebbe rileggere oggi il
Corano e rimettere la tematica delle donne al centro dell’esigenza coranica di liberazione degli
esseri umani.
Esempi di concetti chiave di uguaglianza…(omissis)
Riferimenti ai documenti annessi: versetti egualitari…(omissis)
Conclusioni: Il FI: essere femminista musulmana vuol dire liberarsi sia del patriarcato religioso che di
quello politico
La maggioranza delle donne mussulmane di oggi aspirano a vivere un islam addolcito, in armonia con
le loro libertà individuali e la loro ricerca di senso. Esse vogliono vivere come donne, musulmane,
pienamente attrici dei loro cambiamenti, dei loro sogni e delle loro ambizioni…E’ importante
smontare e demistificare l’immagine stereotipata del mondo musulmano e soprattutto delle sue
donne mediante dibattiti realisti e costanti per mettere in discussione l’approccio etnocentrico alla
storia delle lotte per l’uguaglianza che tende a presentare le donne occidentali e il referente
occidentale come i soli detentori degli ideali egualitari.
Tutte le lotte umane per la giustizia sociale, l’uguaglianza e la libertà e i loro protagonisti, quali essi
siano, devono essere rispettati e accettati all’interno di un referente umano veramente universale.
Nessuna cultura e civiltà ha il monopolio dell’uguaglianza, della perfezione democratica, o ancora
meno di una società ideale. Ne è prova il fatto che la primavera araba ha mobilitato uomini e donne
in quanto cittadini/cittadine sul fronte delle rivendicazioni per la dignità, l’uguaglianza e la
democratizzazione della vita politica. Anche se il futuro è ancora incerto, resta fermo il fatto che
all’interno del mondo arabo e musulmano il FI è una opportunità sia per le donne che per gli uomini,
dato che la liberazione delle donne a partire dal loro riferimento islamico permetterà di portare a
compimento la transizione democratica attualmente in corso.
20
FÉMINISME ISLAMIQUE : LES PRÉCEPTES DU CORAN À PARTIR DE LA
PERSPECTIVE D’ÉGALITÉ DE GENRE9
1- Introduction :
Beaucoup semblent douter de la légitimité du FI : car tout semble démontrer actuellement que F
et islam ne peuvent que se contredire voire s’opposer. Or c’est bien grâce aux études
académiques et recherches élaborés par les femmes dans le domaine du FI, que l’on a pu mettre
en évidence au sein des textes sacrés de l’islam , des principes fondateurs de l’égalité entre H et
F.
La perspective de l’égalité de genre ou approche genre est récente dans la stratégie de
promotion de l’égalité entre H et F (adoptée en 1995 à Beijing). Elle est actuellement considérée
comme étant essentielle voire prioritaire dans tous les domaines afin d’assurer cette égalité de
droits. Nous allons démontrer comment à partir du Coran et de ses préceptes édictés il y a 1400
ans et grâce à une lecture réformiste on peut y retrouver des concepts clés quant à la
formulation des objectifs de l’approche genre, à savoir, la promotion de l’égalité des droits ainsi
qu’un partage équitable des ressources et responsabilités entre les F et les H.
Mais avant cela, il faudrait déconstruire quelques idées reçues sur le féminisme et islam.
2- Remettre quelques idées en place : déconstruire les idées reçues :
Le féminisme dans sa conception la plus large désigne, dans un certain imaginaire collectif, un
mouvement féminin, nait en Occident, qui a revendiqué l’égalité, l’émancipation et la libération
de toutes les aliénations aussi bien culturelle, que patriarcale et dont notamment celles en
rapport avec le religieux.
L’islam quant à lui et particulièrement cette question des femmes musulmanes reflète quant à
elle un système de pensée et une idéologie qui – selon la vision de beaucoup – s’est édifié en
dehors de l’histoire, de l’occident, de la modernité…et semble illustrer depuis un certain moment
maintenant la religion qui opprime les femmes par excellence !
Alors comment peut-on parler de féminisme musulman alors que les contradictions sont
flagrantes et que les deux concepts apparaissent antinomiques.
Il faudrait d ‘abord commencer par déconstruire l’idée de l’existence d’un seul féminisme :
Définir le féminisme : historiquement, on peut formuler la définition du féminisme selon deux
hypothèses, apparemment exclusives.
1- Définition idéologique restrictive : qui considère que le féminisme est un courant politique qui
a pris naissance en Occident - plus particulièrement aux Etats Unis et en France- après l’âge
industriel, à savoir, vers la deuxième moitié du XIXe siècle.
2- Définition universaliste : qui considère que le féminisme est le produit d’une lutte
continue des femmes contre l’oppression patriarcale et qui conçoit donc une continuité
de cette lutte au cours de l’histoire de l’humanité en dehors d’un contexte historique ou
géographique donnés
Il reste aussi difficile de cerner une théorie précise et unique du féminisme, puisque ce dernier
est traversé par divers courants théoriques hétérogènes, mais qui, tous tentent d’expliquer et de
9
Testo originale della relazione orale
21
comprendre pourquoi les femmes, se retrouvent-elles, dans un contexte donnée et à un moment
précis, dans une position de subordination .
On peut cependant, pour illustrer le propos et tenter de donner une approche conceptuelle du
féminisme, reprendre cette définition telle que formulée par Louise Toupin : « Le féminisme est
une prise de conscience d’abord individuelle, puis ensuite collective, suivie d’une révolte
contre l’arrangement des rapports de sexe et la position subordonnée que les femmes y
occupent dans une société donnée, à un moment donnée de son histoire. Il s’agit aussi
d’une lutte pour changer ces rapports et cette situation »
Le problème est qu’il y a Confusion entre les principes universels de la lutte des femmes
(féminisme) et les différents modèles de féminisme
Il existe des principes universels qui constituent le fondement des luttes des femmes de toutes
les femmes à travers le monde et les différents modèles de lutte : égalité, lutte contre la
discrimination, liberté, dignité…tandis que les modèles de lutte sont différents et spécifiques à
chaque contexte : donc des féminismes
Exemples de Différents modèles :
- Le féminisme libéral : égalitariste ou réformiste (fidèle à l’esprit de la révolution
française)
- Le féminisme radical : différentialiste
- Le féminisme politique ou marxiste
- Evolutions actuelles et métamorphoses :
Gender studies (années 70) , le Mouvement Queer (gender trouble de Judith
Butler) ;le féminisme écologique…
- Le féminisme religieux : théologie de la libération , catholique ( l’autre parole
Québec) ou juif., bouddhiste..
-
Le féminisme postcolonial : féminisme qui dénonce les rapports de domination dont
sont restées soumises les femmes du Sud. Le féminisme postcolonial est une entité
plurielle représentée par le féminisme noir, le féminisme chicana (latino), le
féminisme autochtone (des peuples amérindiens), le féminisme arabo-musulman et
le féminisme indigène. Ces différents mouvements, tout en gardant leur propre
spécificité, ont contribué à faire émerger une nouvelle pensée féministe qui s’est
attelé à repenser l’oppression des femmes à la lumière de l’histoire coloniale et des
contextes particuliers des femmes du tiers monde. Des concepts comme la
colonisation, le racisme ou l’esclavage, absents dans la pensée féministe
hégémonique, ont été étudiés à partir de la propre expérience des femmes du Sud et
ont permit à ces dernières de développer leur propre stratégie de résistance et de
mobilisation.
Le principal front commun des ces différents mouvements est sans aucun doute celui du refus
du discours féministe hégémonique qui a érigé la condition des femmes blanches de la classe
moyenne occidentale comme étant LA condition universelle des femmes. Le féminisme
postcolonial se situe, dans ce sens, en rupture avec le féminisme hégémonique qui n’a pas pris en
compte la voix des autres femmes autrement dit de la majorité silencieuse des femmes ,
représentée par les noires, les latinos, les asiatiques et les femmes arabes10.. Le féminisme
hégémonique a surtout érigé les femmes du tiers monde comme des femmes passives, toujours
victimes d’une oppression généralisée et totalisante. En se focalisant ainsi sur ces victimes de
choix, les féministes occidentales, par un subtil jeu d’inversion , voient leur propre émancipation
revalorisée et confirment leur supériorité dans ce que certaines féministes postcoloniales ont
Voir pour plus de détails l’article de Laetitia Dechaufour, « Introduction au féminisme postcolonial et genèse
de ce courant » : www.resistingwomen.net.
10
22
dénommé « la différence du tiers - monde » . Cette différence définit la femme du tiers monde
comme « religieuse » comprenez « pas progressiste », « familialiste » comprenez
« traditionnelle » , « légalement mineure » comprenez « qu’elles n’ont pas encore leurs droits »,
« illettrée » comprenez « ignorante » … : cette figure repoussoir de la femme du tiers monde est
nécessaire pour créer celle de la femme occidentale émancipée, libérée, autonome, l’une
n’existerait pas sans l’autre11. (travaux de Chandra Mohanty).
Le féminisme postcolonial, a donc, opéré deux ruptures majeures dans le discours
théorique féministe : la première étant la déconstruction de l’image de la femme du tiers
monde telle qu’elle a été véhiculée dans la pensée féministe dominante et la deuxième
rupture étant de poser la question essentielle de qui parle pour qui ?
Conclusion :
Justement les femmes musulmanes ont eu assez de voir les autres parler en leur nom, de voir
qu’elles étaient des actrices passives de leur histoire et de leur vécu. Elles ont décidé de parler
pour elles mêmes et de déconstruire elles mêmes l’idée que l’islam, leur religion était la cause de
leur oppression et de leur inégalité ! D’où l’émergence du FI.
3- Le Féminisme islamique : émergence d’un mouvement de renouveau féminin en
islam
Déconstruire l’idée d’un islam oppresseur des femmes et des femmes musulmanes actrices passives
de leur histoire :
On ne le dira jamais assez : ce n’est pas l’islam qui opprime les femmes mais bien la lecture qui
en a été faites depuis des siècles et qui à travers des interprétations humaines et l’accumulation
des compilations d’exégèse ont enraciné dans les mentalités une vision discriminatoire des
femmes, favorisée certes par des cultures structurellement patriarcales.
C’est ce qu’ont finalement compris des femmes musulmanes qui depuis une 20 d’années
maintenant tentent de lutter contre cette lecture discriminatoire et armées de leurs savoir
académique, théologique et sociologique sont elles mêmes partis voir ce que disent les textes
sacrés de l’islam. Elles ont alors découvert qu’il y a avait un décalage énorme entre ce que disait
le message spirituel et ce que prônait la majorité des lectures interprétatives et notamment
celles du droit musulman ou Fiqh.
Le renouveau féminin en question
- Force est de constater donc, l’existence, au sein du monde musulman, mais aussi dans les
communautés vivant en Occident, d’une dynamique féminine en marche qui loin d’être
uniformisée, semble être traversée par des sensibilités diverses et dont chacune à sa manière,
tente de remettre en cause le conformisme sociopolitique traditionnel du statut des femmes.
C’est que, devant un discours islamique qui reste passéiste et complètement décalé par rapport à
la réalité actuelle, les nouvelles générations de musulmanes - et de musulmans –, formulent le
besoin d’une troisième voie qui ne ferait l’économie, ni de leur quête de sens spirituel ni de leur
aspiration à une citoyenneté égalitaire décente dans cette modernité « mondialisée ».
L’émergence de cette nouvelle conscience féminine musulmane, au sein de cette mondialisation
et de cette crise identitaire diffuse, constitue un enjeu primordial pour le devenir des sociétés
arabo-musulmanes mais aussi des communautés et des minorités musulmanes vivant en
Occident. Le vécu des femmes musulmanes, aussi diversifié qu’il soit, semble être
représentatif d’un même dilemme, celui de femmes qui pour la plupart d’entre elles, se
11
Third world différence ; voir article supra .
23
retrouvent déchirées entre leur appartenance culturelle - avec ses contraintes et
contradictions - et leur ambition légitime à plus de liberté, d’autonomie et de droits
égalitaires reconnus.
Le noyau central de ce renouveau féminin en islam réside dans la revendication légitime de
femmes musulmanes, académiciennes, théologiennes, universitaires, militantes associatives et
autres à développer un discours qui leur soit propre. Il faut le dire clairement, les femmes
musulmanes, ont assez d’être des « sujets d’étude », d’être des boucs émissaires, de voir que l’on
parle toujours à leur place et qu’on les renvoie toujours à la même symbolique : celles
d’éternelles mineures, sujets passives de leur histoire et otages de discours que les autres font et
refont au gré des évènements géopolitiques!
C’est ainsi que l’une des principales étapes dans ce renouveau a été de déconstruire le discours
religieux traditionaliste et profondément discriminatoire envers les femmes tout en proposant
une nouvelle lecture des textes scripturaires à partir d’une perspective féminine.
Ceci, afin d’abord de pallier aux lacunes historiques dues à l’absence de la vision féminine dans
la production islamique, mais aussi afin d’y apporter leurs propres perspectives et leurs propres
choix de femmes musulmanes d’aujourd’hui. Ce projet intellectuel est un projet d’émancipation
des femmes qui constitue une nouvelle voie, contextualisée de compréhension de l’islam,
laquelle compréhension a longtemps était le monopole exclusif des seuls hommes et Oulémas
musulmans.
Le discours prôné par cette nouvelle génération de femmes musulmanes est un discours qui
paradoxalement à l’idée véhiculée d’un islam générateur de discriminations, est un discours qui
souligne la centralité et l’importance de la dynamique libératrice au sein du référentiel islamique
. Ayant eu accès aux sources textuelles et notamment à la dimension éthique du Coran, ces
femmes ont comprit que ce n’est pas le message spirituel de l’islam qui est en cause dans leur
réclusion millénaire, mais bien toutes les interprétations humaines, qui se sont accumulés dans
les compilations académiques religieuses – mais aussi dans les mentalités - et qui ont été
favorisés par des contextes socioculturels structurellement défavorables à la présence féminine
dans l’espace public.
Le patriarcat d’hier et d’aujourd’hui intriqué à des manipulations politiciennes récurrentes de la
religion ont, depuis des siècles et jusqu’à présent, constitués les principaux mécanismes de
contrôle des femmes -et des hommes- musulmans.
Les femmes porteuses de ce renouveau sont ainsi conscientes de la dynamique impulsée par le
message spirituel de l’islam dans la libération des femmes au cours de la révélation historique.
C’est dans ce sens qu’elles essayent de revenir à « l’état d’esprit » du Coran qui a joué un rôle
propulseur en matière d’émancipation des femmes et ce souvent d’ailleurs à contre courant des
coutumes patriarcales de l’époque. Grâce à leurs recherches théologiques et académiques ces
femmes ont démontré, arguments coraniques à l’appui, que le discours sur l’égalité entre
hommes et femmes est complètement valide de l’intérieur de l’islam et que les sources
scripturaires de l’islam ne constituent en aucun cas une entrave à l’instauration des droits
égalitaires entre hommes et femmes. Ces soit disant interdits religieux envers les femmes que
l’on nous sort à chaque occasion n’existent tout simplement pas dans les textes sacrés mais dans
la longue tragédie historique d’une lecture du religieux qui est restée otage de ses propres
dérives séculaires.
Pour cela l’approche du FI consiste à faire une nouvelle lecture des textes à partir d’une
perspective féminine et réformiste.
24
4- Nécessité d’une lecture réformiste : L’étude approfondie et l’approche réformiste des
sources doit tenir compte de la présence des trois différents niveaux de versets dans le
Coran :
a- Des versets universels : qui transcendent le genre, et qui mettent l’être humain (al
insan) au centre de toute la philosophie spirituelle. Ils constituent de ce fait le socle du
message coranique, et reproduisent les valeurs universelles, de justice et d’égalité. Ces
versets sont à considérés comme un référentiel universel à partager avec le reste de
l’humanité. Ce sont ces valeurs qui sont prônées actuellement par toutes les conventions
internationales qui prônent avant tout le respect des droits et de la dignité humaine (wa
lakad
karamna
bani
adam).
b- Des versets conjoncturels : qui ont été révélés afin de répondre à des demandes explicites
de l’époque de la révélation comme ceux concernant l’esclavage, le butin de guerre, le
concubinage ou ceux qui ont attrait aux châtiments corporels et qui correspondent à une
étape révolue de la civilisation humaine.
cd- Des versets spécifiques : qui se voulaient en accord avec les attentes et les structures
patriarcales de l’époque et qui ont avalisé ou atténué des comportements
discriminatoires sans pour autant les abroger. C’est le cas de la polygamie, qui fut
considérée comme une concession permise aux arabes de l’époque très attachés à cette
tradition, mais tout en l’a conditionnant afin de dissuader les partisans. Il est à rappeler
que les premiers réformistes musulmans de l’époque de la Nahda n’ont eu aucune
hésitation à revendiquer la suppression pure et simple de la polygamie (Mohammed
Abdou en Égypte et Allal el fassi au Maroc).
C’est une vision globale qui doit être comprise au niveau du sens et de l’éthique du Coran, à
savoir celle qui érige en priorité les valeurs universelles de justice, d’égalité et de respect de la
dignité humaine.
Revenir sur la vision des hommes et des femmes au sein de la vision holistique, c’est revenir sur
la vision des « êtres humains » et au bouleversement spirituel qu’a connu la civilisation humaine
avec l’avènement de l’islam à savoir celui de la « libération » de l’être humain de toutes les
oppressions. Le socle du message coranique se situe là dans cette exigence de justice (el adl : 300
fois dans le Coran) et de libération : c’est ce que l’on retrouve dans les concepts de
« almooustadaafoune
fil
ard
et
muhrarran »
25
La raison, la justice et la liberté de conviction et (el aql, el adl, huryate al aquida man chaa
falyouamine)sont ces valeurs socles qui sont au cœur de la foi coranique, que l’islam est venu
faire renaitre, des cendres de l’oubli des messages antérieures et de l’indifférence des cœurs des
êtres humains.
C’est à travers ces trois valeurs, véritables fondamentaux de l’islam, qu’il faudrait relire le
Coran aujourd’hui et replacer la thématique des femmes au cœur de cette exigence
coranique de la libération des êtres humains.
Exemples de concepts clé égalité (…omissis)
Voir documents annexes : versets égalitaires dans le Coran (…omissis)
Conclusion : Le FI : être féministe musulmane c’est se libérer aussi bien du patriarcat religieux que
politique.
La majorité des femmes musulmanes d’aujourd’hui aspirent à vivre un islam apaisé, en
harmonie avec leurs libertés individuelles et leur quête de sens. Elles veulent vivre en tant que
femmes, musulmanes, épanouies, actrices de leurs propres changements, de leurs rêves, et de
leurs ambitions…Il est important de déconstruire et de démystifier l’image stéréotypée du
monde musulman mais surtout de ses femmes à travers des débats réalistes et constants afin de
déconstruire cette approche ethnocentrique de l’histoire des luttes pour l’égalité qui tend à
présenter les femmes occidentales et le référentiel occidental comme étant les seuls détenteurs
des idéaux égalitaristes.
Toutes les luttes humaines pour la justice sociale, l’égalité et la liberté et ce quelques que soient
leurs référentiels, doivent être respectées et acceptées au sein d’un véritable référentiel
universel humain. Aucune culture ni civilisation n’a le monopole de l’égalité, de la perfection
démocratique ni encore moins de l’idéal sociétal…La preuve en n’est est que le printemps arabe
a mobilisé hommes et femmes en tant que citoyens /citoyennes et par le biais de revendications
en terme de dignité, égalité et démocratisation de la vie politique. Même si les lendemains sont
incertains encore il reste qu’au sein du monde arabe et musulman le FI est une chance aussi bien
pour les femmes que pour les hommes, puisque la libération des femmes à partir de leur
référentiel islamique leur permettra de faire aboutir la transition démocratique en marche
actuellement…
26
Souheir KATKHOUDA12
Slide su attività dell’ADMI
http://www.youtube.com/watch?v=qli19HdxyWE
LA DONNA ARABA AGLI ALBORI DELL’ISLAM TEOLOGHE, FILOSOFE E SCIENZIATE
Fin dall’inizio della Rivelazione la donna ha avuto un ruolo importantissimo.
La prima persona che ha creduto nel Profeta Muhammad* fu una donna: Khadija
Grande donna d’affari conosciuta alla Mecca, oltre che per la sua ricchezza, per la sua onestà, la sua
generosità e per le sue qualità morali. Khadija era una grande commerciante, che aveva alle sue
dipendenze numerosi uomini, ai quali dava lavoro. Lo stesso Muhammad*, aveva lavorato come
commerciante alle sue dipendenze. Khadija aveva dato un importantissimo sostegno morale e
materiale al Profeta*, che ha detto di lei:
“Ha creduto in me prima di chiunque altro, mi ha creduto quando la gente mi accusavadi falsità e mi
ha sostenuto con i suoi beni quando la gente mi ha privato.”
Il sostegno di Khadija al Profeta* fu quindi fondamentale per la rapida diffusione dell’islam, visto che
fu anche grazie al sostegno economico di Khadija che Muhammad* potè dedicarsi completamente
alla trasmissione del Messaggio.
L’anno in cui Khadija morì, fu chiamato dal Profeta Muhammad “‛àmu-l-huzn”, ossia “l’anno della
tristezza”, per esprimere il grande vuoto lasciato da Khadija.
Le prime donne che si convertirono all’islam scelsero l’islam anche perché avevano capito che quel
Messaggio divino costituiva una liberazione da ogni forma di oppressione ed ingiustizia e quindi
anche dalle oppressioni maschiliste che caratterizzavano la società meccana pre-islamica, e quindi si
impegnarono con grande intelligenza e tatto dando un contributo non indifferente alla diffusione
dell’islam stesso.
Tra le tante voglio ricordare Um Shuraik, che molto astutamente (date le pesanti restrizioni e le
violente persecuzioni messe in atto nei confronti dei primi musulmani) decise di tener nascosta la
propria adesione all’islam per poter muoversi più liberamente tra le donne della Mecca per parlare
loro della nuova Rivelazione che costituiva tra l’altro anche una liberazione per la donna, che prima
dell’avvento dell’islam era praticamente considerata un oggetto: gli uomini ad es. potevano sposare
un numero illimitato di donne, e alla morte di un uomo il figlio ne ereditava persino le mogli… L’islam
è venuto anche per ridare alla donna la stessa dignità dell’uomo, che Dio le ha dato fin dalla sua
creazione .
Grazie all’intelligenza di Umm Sharik molte donne sentirono parlare dell’islam e divennero
musulmane.
‛Umar ibn Al-Khattab (che in seguito sarebbe diventato il secondo califfo dopo la morte del Profeta*)
abbracciò l’islam grazie alla provocazione che sua sorella gli aveva lanciato. Dopo aver saputo che sua
Presidente ADMI, Associazione Donne Musulmane in Italia, membro dell’European
Forum of Muslim Women (EFOMW) http://www.admitalia.org/; http://www.efomw.eu/
12
27
sorella Fatima era diventata musulmana, ‛Umar si recò da lei furibondo (prima di diventare lui stesso
musulmano ‛Omar era uno dei più acerrimi nemici dei musulmani), la trovò che stava recitando il
Corano insieme al marito, e la colpì così violentemente da farla sanguinare, lei allora esclamò:
“Recitiamo il Sacro Corano e lo facciamo che ti piaccia o no!”. Colpito dal coraggio e dalla decisione
della risposta di lei, ‛Omar le chiede di mostrargli i versetti che stava leggendo. E così anche ‛Umar
divenne musulmano grazie al coraggio e alla determinazione di Fatima bint Al-Khattab.
All’inizio della rivelazione i musulmani furono duramente perseguitati. Uomini e donne venivano
barbaramente torturati perché rinnegassero la loro religione, l’islam. Durante queste persecuzioni
moltissime donne hanno dimostrato un coraggio e una determinazione enormi.
Il primo martire nell’islam fu una donna, Sumaya, che aveva preferito morire dopo essere stata
barbaramente torturata, piuttosto che rinnegare il proprio credo. I musulmani ricordano con orgoglio
il fatto che fu una donna la prima persona che sacrificò la propria vita in nome del diritto dell’uomo e
della donna di scegliere il proprio credo.
In generale possiamo dire che l’Islam ha dato a donne e uomini, non solo gli stessi doveri, ma anche
gli stessi diritti.
In un hadith il Profeta* promette la salvezza dall’inferno ai genitori che avranno educato allo stesso
modo i figli maschi e le figlie femmine, per quanto riguarda il diritto all’istruzione i genitori
musulmani hanno l’obbligo di educare allo stesso modo i figli maschi e le figlie femmine e di dare loro
le stesse opportunità. Infatti fin dagli albori dell’islam le donne frequentavano insieme agli uomini
tutte le riunioni nelle quali il Profeta* insegnava. Una delle conseguenze di ciò è che moltissimi
hadith (= detti del Profeta) ci sono stati trasmessi da donne.
‛Aicha ad esempio è famosa, tra l’altro, per aver trasmesso 2.210 tra detti, precetti ed insegnamenti
del Profeta*, che sono dopo il Corano, la seconda fonte della giurisprudenza islamica. E come ‛Aicha
numerose altre donne hanno contribuito alla raccolta e alla trasmissione dei detti del Profeta*. Dopo
la morte di Muhammad* ‛Aicha divenne il principale punto di riferimento per i musulmani in materia
religiosa, uomini e donne quando avevano un dubbio su una determinata questione che riguardava il
credo o la pratica religiosa si rivolgevano a ‛Aicha. Quando il Profeta* morì, ‛Aicha era ancora molto
giovane ed istruì più di una generazione di uomini e donne.
Fin dagli albori dell’islam, le donne, oltre che assistere alle assemblee, discutevano i loro punti di
vista alla presenza del Profeta* e dei califfi, e non esitavano a consigliarli o a correggerli. Famoso è
l’episodio in cui il Profeta fu consigliato dalla moglie Umm Salamah e non esitò a mettere in pratica
con successo il suo consiglio .
Un altro episodio molto famoso è quello della donna che all’interno della moschea di Medina,
apostrofò ‛Umar ibn Al-Khattab, diventato califfo dei musulmani, per segnalargli un errore di giudizio
che lui riconobbe seduta stante. ‛Umar aveva pensato di porre un limite alle doti che i mariti devono
offrire alle loro spose in occasione del matrimonio. Quando il Califfo dichiarò dal pulpito che la dote
non deve essere superiore a quaranta Dirham, la donna esclamò: “non ne hai il diritto!”. ‛Umar le
chiese perché non avrebbe dovuto avere il diritto di porre un limite alla dote, e la donna rispose:
“perche Iddio ha detto nel Corano: “…Anche se avessi dato ad una donna un intero tesoro in dote,
non riprendertene la minima parte, lo riprendereste per ingiustizia e peccato manifesto.” (Q. 4:20 ).
Appena udito ciò ‛Umar disse: “qesta donna ha ragione e ‛Umar ha torto” e proclamò: “o gente
avevo vietato di dare una dote di una somma più alta di quaranta dirham, chiunque voglia dare in
dote quanto gli pare lo faccia pure!”
Al-Shifà’ bint ‛Abdullah bin ‛Abdi Shams, era un’altra donna conosciuta per la sua intelligenza e per la
sua saggezza, veniva spesso consultata dal Califfo ‛Umar che la stimava molto, le pagava le sue
consulenze e le aveva affidato il controllo amministrativo sul mercato. Ricopriva in pratica il ruolo di
ministro del commercio.
28
Le donne hanno avuto un ruolo fondamentale ed insostituibile non solo al tempo del Profeta ma
anche durante i secoli successivi. Numerose erano le donne scienziate nei campi più svariati: dalla
medicina all’astronomia, dalla letteratura alla teologia, dalla ginecologia all’oftalmologia, dalla
pediatria alla dermatologia. Esse erano attive in tutti i campi della vita pubblica ed avevano dato il
loro contributo non solo nell’ambito della ricerca scientifica e della diffusione della scienza e della
conoscenza, ma anche in ambito economico, politico e sociale. Impossibile citarle tutte, perché
esistono intere enciclopedie storiche in lingua araba in cui sono elencati i nomi di moltissime di
donne e le loro biografie, una di queste è: “A‛làm al-nisà’” di Omar Rida Kahhala, pubblicata nel 1977
dalle edizioni Mu’assasat Al-Risàla.
D’altronde sono, oltre agli insegnamenti del Profeta, gli stessi versetti del Corano che invitano uomini
e donne a collaborare, ad impegnarsi gli uni a fianco delle altre e a dare ciascuno il proprio contributo
per il benessere in questa vita e nell’aldilà. Dice l’Altissimo nel Santo Corano: “I credenti e le credenti
sono alleati gli uni degli altri, ordinano il bene e proibiscono ciò che è riprovevole…”(9:71,72)
“In verità non farò andare perduto nulla di quello che fate, uomini o donne che siate, perché gli uni
venite dagli altri…”(3:195)
“In verità per i musulmani e le musulmane, per i credenti e le credenti,… per i leali e le leali, per i
benefattori e le benefattrici, per quelli che spesso ricordano Dio e per quelle che spesso ricordano
Dio, Dio ha disposto perdono ed enorme ricompensa.” (33:35)
“Daremo in terra una vita eccellente a chi, credente, maschio o femmina che sia, si comporti bene e
nela vita futura adeguata ricompensa.” (16:97)
Un’altra donna molto conosciuta è Zubayda bint Ja’far, vissuta tra il 145 h. e il 216 h. (fine dell’VIII
secolo d.C.) moglie di Harun Al-Rashid, capo dello Stato islamico in uno dei periodi più fiorenti della
storia del mondo islamico. Era una grande poetessa e amava adornare le sue stanze con tende
decorate con le sue poesie più belle. Aveva insegnato a leggere e a scrivere a ben 100 delle dame di
corte che vivevano nel suo palazzo. Si occupava anche di moda e aveva introdotto numerose novità
per quanto riguarda l’abbigliamento femminile. Era conosciuta per la sua saggezza e la sua
intelligenza e per questo era una delle principali consigliere del califfo, suo marito. Aveva contribuito
con il proprio patrimonio personale alla costruzione di scuole, ospedali, moschee e acquedotti.
L’opera che l’ha resa famosa è la costruzione di un importantissimo acquedotto costruito
interamente a sue spese alle porte della Mecca, acquedotto che ha preso il suo nome: ‘Ain Zubayda,
l’acquedotto di Zubayda. Nell’anno 186 h. Zubayda si era recata in pellegrinaggio alla Mecca e aveva
notato che uno dei principali problemi dei pellegrini era la scarsità d’acqua, aveva quindi ordinato la
costruzione di un’imponente acquedotto che rendeva l’acqua disponibile non solo alla Mecca ma
anche per diversi chilometri attorno alla Mecca, visto che i pellegrini venivano da ogni parte del
mondo.
Sakina bint Al-Hussain ibn ‛Ali era una grande poetessa, la sua casa era diventata una scuola di poesia
e un luogo d’incontro per poeti e letterati che venivano a confrontarsi con lei, a imparare da lei e a
recitare le loro poesie, e lei giudicava quali fossero le migliori
‛Aicha bint Talha era praticamente cresciuta in casa del Profeta*, era stata allieva di Aicha la moglie
del Profeta*. Sua madre era Umm Kulthum bint Abi Bakr Al-Siddiq. divenne una scienziata nel campo
dell’astronomia, oltre alla sua profonda conoscenza delle scienze del Hadith, della poesia araba e
della storia degli Arabi.
Era conosciuta anche per la bellezza del suo viso e per la sua eleganza, riceveva a casa sua scienziati,
poeti e letterati per confrontarsi con loro e per istruirli.
‛Amra bint ‛Abdirrahman era stata anche lei un’allieva di ‘Aicha ed era una scienziata nel campo della
giurisprudenza islamica. Grandi scienziati come Al-Zohri e Yahya ibn Ma‛in ed altri furono suoi allievi.
29
Quando il califfo Omar ibn ‛Abdel‛aziz ordinò che i Hadith venissero raccolti per iscritto, raccomandò
che venissero trascritti tutti i Hadith riportati da ‛Amra.
Nafisa bint Hasan ibn Zayd ibn Hassan ibn ‛Ali, era nata alla Mecca nel 145 h. (762 d.C.). Scienziata nel
campo del tafsìr, l’esegesi del Corano. Uno dei suoi più celebri allievi è stato Al-Shafi‛i, nel periodo in
cui visse in Egitto.
Ukht al-Hafid ibn Zohr: era una scienziata nel campo della medicina, vissuta in Andalusia ai tempi del
califfo Al-Mansùr Abu Yusef. Erano scienziate in medicina anche le due figlie di Al-Hafid ibn Zohr e
Bint Dahn Al-luz Al-Dimashqiya, specializzate nella pediatria e nella ginecologia.
Numerose donne musulmane conoscevano e praticavano la medicina già agli albori dell’islam, tra
queste: Rufaida, Um Salim, Um Sinan, Amina bint Qays Al-Ghifariya, Ku‛ayba bint Sa‛d Al-Aslamiya, e
Al-Shifà’ bint ‛Abdullah.
Um ‛Atiya Al-Ansariya era specializzata nella pediatria e nella chirurgia e praticava la circoncisione.
Rufayda Al-‘Aslamia era un’esperta infermiera e aveva creato il primo ospedale da campo, al tempo
del Profeta Muhammad, durante la battaglia di Al-Khandaq, una delle battaglie più impegnative. Era
costituito da una tenda in cui Rufaida curava i feriti.
Al tempo degli Omayyadi: Zaynab, Tabibat Bani Aud, era specializzata nell’oftalmologia.
Dice Gustave Lebon nel suo libro La civiltà araba: ”Il fatto che moltissime donne fossero celebri per
l’alto livello delle loro conoscenze sia nel campo della letteratura che delle scienze dimostra
l’importanza del ruolo delle donne per il fiorire della civiltà islamica. Troviamo nel periodo in cui
governavano gli Abbasidi un numero non indifferente di scienziate in Oriente, e nel periodo in cui
governava la dinastia degli Omayyadi le scienziate erano altrettanto numerose in Spagna.”
I secoli che seguirono furono nel mondo islamico secoli di stagnazione e di decadenza. dal punto di
vista scientifico ci fu quasi un arresto della ricerca e una notevole diminuzione della produzione di
testi che trattavano di argomenti scientifici e religiosi. Diminuì così anche il numero delle donne
impegnate in questo campo. Con l’estendersi del mondo islamico inoltre si diffusero pratiche,
credenze e consuetudini pre-islamiche che per ignoranza venivano attribuite all’islam stesso. Molte
di queste credenze riguardavano il ruolo della donna, che venne in molti casi messo in secondo piano
Nonostante il diffondersi di queste credenze e le conseguenti difficoltà, numerose furono le donne
che ebbero la possibilità di istruirsi e di istruire, con la differenza rispetto ai secoli precedenti, che la
maggior parte di loro appartenevano alle classi più alte della società. Alcune di loro oltre ad aver
istruito numerose donne, istruirono anche numerosi uomini, come ad es:
Shahda Al-Daynuryya,. Era una delle più grandi scienziate e scrittrici del suo tempo. Nacque a
Baghdad e morì nel 574 h., dava lezioni di storia e di poesia, tra i suoi allievi c’era anche il celebre
scrittore e filosofo Ibn Al-Jawzi e Al-Shafi‛i
Asmà’ bint Ibrahim, morta nel 1308 d.C., insegnava Corano e le scienze legate al Corano.
Alif bint ‛Abdallah ibn ‛Ali Al-Kattani, morta nel 1474 d.C., che aveva insegnato tra gli altri anche al
Sakhawi.
E molte altre scienziate che popolavano le fastose corti di quel tempo, venivano invitate dai califfi e
dai principi ad istruirli e ad istruire i loro figli.
Dal 1200 in poi molte delle scuole più famose del mondo arabo erano state aperte grazie a donne
che avevano investito parte del proprio patrimonio per la costruzione di scuole.
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Ad es. le due più famose scuole di Damasco erano state costruite a spese di Sitt Al-Sham bint Ayyub
ben Shadi, la sorella di Salah Al-Din Al-Ayyubi, morta nel 1219 d.C..
Altre due importanti scuole di Damasco sono state istituite rispettivamente da Khadija bint Al-Malek
Sharafeddin (1261) e ‛Aicha la moglie di Shuja‛eddin Al-Dammagh.
Anche quando il mondo arabo islamico è stato colonizzato, le donne hanno avuto un ruolo
importante, basti ricordare a questo proposito i nomi di quattro donne: Aicha Taimur, Zaynab Fuaz,
Anisa Shartuni (nata a Beirut nel 1883) e Malak Hafni Nasef. Queste 4 donne si sono preoccupate in
particolare di migliorare la situazione della donna durante il colonialismo e dell’importanza della sua
istruzione.
Aicha Taimur ad es. era egiziana, nata al Cairo nel 1840, profonda conoscitrice della grammatica e
della letteratura araba e della giurisprudenza islamica. È autrice di tre raccolte di poesie: in arabo, in
turco e in persiano, e di un poema. Autrice anche di numerosi articoli in cui parla dell’importanza
dell’istruzione della donna e della sua partecipazione attiva in tutti i campi della vita sociale.
Non posso non ricordare a questo punto una donna molto conosciuta nel mondo arabo per il suo
impegno e per la sua determinazione: Zainab Al-Ghazali. Durante gli anni ’50 e ’60, durante il
sanguinario governo di Nasser (Egitto), furono imprigionati migliaia di oppositori politici, molti dei
quali hanno subito la pena capitale. di conseguenza molte famiglie si sono trovate in difficoltà tra
l’altro anche economica. Zaynab Al-Ghazali ha costituito un’associazione per sostenere le famiglie dei
prigionieri politici ed era molto impegnata per aiutare le persone socialmente in difficoltà. Per questo
motivo è stata lei stessa imprigionata per più di vent’anni ed è stata sottoposta a torture
indescrivibili. È sopravvissuta a tutto questo e una volta uscita di prigione nonostante il suo fisico
fosse ormai debilitato da tutto ciò che aveva subito, ha continuato la sua attività al servizio dei più
deboli.
È autrice di un libro, un’autobiografia intitolata Ayyam min hayati, un libro molto toccante che spero
venga tradotto in italiano.
Concludo citando Tawakkul Karman, una donna musulmana praticante che porta il velo che ha
ricevuto nel 2011, insieme ad altre due donne, il Premio Nobel per la Pace, “per la loro battaglia non
violenta a favore della sicurezza delle donne e del loro diritto alla piena partecipazione nell'opera di
costruzione della pace", un riconoscimento internazionale per il suo impegno per la libertà, la
democrazia e il rispetto dei diritti umani di tutti i popoli che chiedono libertà e dignità. La Karman,
più volte arrestata durante le manifestazioni pacifiche, è una giornalista yemenita, madre di tre figli,
avvocato, fondatrice e presidente dell'associazione 'Giornaliste senza catene', membro del partito
politico “Raggruppamento yemenita per la riforma”, branca yemenita dei Fratelli Musulmani.
Come donna considero questo premio un riconoscimento all'impegno di tutte le donne musulmane
che si sono battute e che si stanno battendo pacificamente, a fianco degli uomini, in Tunisia, Egitto,
Libia, Yemen, in Siria o in qualsiasi altra parte del mondo. Durante la “Primavera Araba” le donne
sono sempre state in prima fila insieme agli uomini per chiedere pacificamente libertà, dignità e
democrazia, pagando molto spesso con la loro stessa vita, o con quella dei loro cari. La storia è e sarà
testimone anche di questo loro grande contributo per il progresso dell’umanità verso il dialogo e la
convivenza pacifica.
Testo preparato dalla dottoressa:Nibras Breigheche
Membro del direttivo nazionale delle Associazione Donne Musulmane d’Italia (ADMI)
Membro del direttivo dell’Associazione Islamica Italiana degli Imam e delle Guide Religiose
Addetta al dialogo interculturale e interreligioso
Bibliografia:
‫ال م عا صرة مة‬, ‫ح سن احمد ال ر سال ةف صة مؤ س سة‬, ‫ال م س لح ال مرأة ت رب ية أ صول‬
Hafsa Ahmad Hasan, La donna musulmana di oggi, Resalah Publishers, Beirut (Libano) 2001
www.resalah.co
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Souheir KATKHOUDA
IL RUOLO DELLA DONNA NEI DIVERSI CONTESTI POLITICI DEL MONDO ARABO E NELLE
ODIERNE RIVOLUZIONI . LA PRIMAVERA ARABA LE SUE RICADUTE SULLE DONNE
IMMIGRATE
Vi saluto con il saluto dell’islam, pace su di voi, e vi ringrazio per questo seminario ben studiato che
ha voluto evidenziare il ruolo delle donne arabe e musulmane nel cambiamento che sta avvenendo
dall’altra parte della sponda del Mediterraneo, stiamo vivendo un periodo storico, gli anni 2011 e
2012, passeranno alla storia umana come anni del cambiamento radicale per i popoli arabi e islamici,
che sono scesi nelle piazze per chiedere libertà , dignità, diritti umani e giustizia sociale.
Quello che sta succedendo nel mondo arabo, sta a dimostrare che è terminato un periodo nel quale
quasi tutti i paesi arabi hanno convissuto con la paura.
Hanno convissuto con la repressione, spesso feroce, con sistemi assolutamente autoritari,
dittatoriali, dispotici, con una componente di corruzione molto evidente, con dei regimi che hanno
escluso per anni buona parte della popolazione dalla partecipazione alla vita pubblica e politica, non
solo impaurendo ma anche rimproverando.
Le manifestazioni popolari hanno dimostrato che il clima di paura e di terrore è terminato e siamo di
fronte all’avvio di un nuovo processo politico e sociale, le popolazioni dei paesi arabi non sono più
disposte a sopportare né le condizioni economiche né le condizioni politiche in qui vivevano da anni.
C’è da dire che questi movimenti non nascono dal nulla, non nascono come mera sollevazione
spontanea per rivendicare il pane; stiamo parlando di popoli che hanno una storia millenaria, hanno
una coscienza e un senso di sé come tanti altri popoli nel mondo, soprattutto hanno una storia di
lotta di liberazione dal giogo del potere colonialista.
In alcuni periodi le popolazioni si sono mosse in termini di rivolta, di ribellioni, anche se essendo
popolazioni disarmate senza aiuti esterni, spesso sono state represse nel sangue.
Molti degli attivisti sono stati torturati, incarcerati, esiliati, spesso con il silenzio e il sostegno delle
grande potenze che sono rimasti in silenzio rispetto alle violazioni di diritti elementari delle
popolazioni.
Abbiamo assistito All'ondate di rivolte che ha coinvolto la Tunisia, l'Egitto, la Libia e lo Yemen e siamo
di fronte alla rivoluzione siriana che dura da 14 mesi, tutti questi popoli hanno avuto un unico
obiettivo quello di abbattere i regimi dittatoriali al potere da decenni di anni e riconquistare libertà,
democrazia, diritti umani e giustizia sociale.
qui eventi hanno smentito le teorie di coloro che sostengono che il mondo arabo non abbia altre
possibilità se non quella di vivere sotto il giogo assassino della dittatura o sotto quello del
totalitarismo islamico.
il mondo intero è testimone che i popoli arabi hanno manifestato in modo popolare pacifico e civile
per la loro libertà e dignità che è stata negata per troppo tempo.
sotto lo sguardo attonito del mondo intero, giovani donne e giovani uomini si sono ritrovati in prima
fila in quelle manifestazioni che hanno restituito ai popoli arabi la speranza nel cambiamento nel
quale non credevano praticamente più.
il mondo intero ha potuto notare la presenza, la partecipazione e l'impegno delle donne in questi
eventi epocali, donne che si sono mobilitate nella rete oltre che nelle piazze, per protestare,
condannare la repressione, organizzando manifestazioni, esprimersi pubblicamente anche tramite
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articoli e reportage e resistere a fianco degli uomini, al fine di far cadere la dittatura ed esigere la
volontà del popolo sia rispettata.
quelle rivolte hanno smontato gli stereotipi ed i pregiudizi diffusi in Europa sulle donne arabe
musulmane, secondo i quali esse sarebbero sottomesse, relegate solo a determinati ruoli private
della loro libertà.
Analizzando lo scenario sociale e umano che si presenta di fronte agli occhi di chi volge lo sguardo
verso il mondo arabo, a partire dal celebre episodio di Buazizi, ci rendiamo conto che ci troviamo di
fronte ad una rivoluzione umana che non presenta le caratteristiche che di solito si intendono
quando si usa il termine rivoluzione.
Si tratta infatti di rivolte che non sottostanno ai parametri della politica e della sociologia, e che non
mirano solo a far cadere dei sistemi politici dittatoriali, ma a provocare dei cambiamenti radicali nella
vita politica, sociale e umana in un’area che subisce ancora un “colonialismo” indiretto.
Non c’è da stupirsi se il popolo tunisino ha chiamato questi regimi con l’eloquente nome di “bande di
ladri”, perché hanno privato i popoli del Nord Africa e del Medioriente della loro reale indipendenza
prendendo il posto dei colonizzatori e facendo le loro veci. I paesi che prima erano colonizzatori sono
stati successivamente i migliori alleati dei regimi dittatoriali che sono subentrati dopo la fine del
colonialismo, prendendosi gioco di intere popolazioni che pensavano di aver raggiunto
l’indipendenza.
Siamo di fronte a una seconda lotta per l’indipendenza, per liberarsi dai luogotenenti dei
colonizzatori di qualche decennio fa.
centinaia di migliaia di fotografie, video, reportage, dirette televisive dalla Tunisia, dall’Egitto, dallo
Yemen, dalla Siria, dalla Libia mostravano milioni di donne non solo a fianco degli uomini, ma in testa
ai cortei, ricoprendo ruoli direzionali e ai vertici dell’organizzazione, ponendo fin dall’inizio le basi
degli ideali della rivolta ed essendo tra le prime ad aver invitato alla rivolta.
In Tunisia la coraggiosa Lina Ben Almahni ha organizzato tre delle grandi manifestazioni che hanno
fatto cadere il regime di Ben Ali.
In Egitto milioni di donne, con il velo, senza velo, con il volto coperto e con le forme più varie di
abbigliamento manifestavano, contribuivano a curare i feriti, a organizzare la viabilità e la sicurezza, a
ripulire le strade, a preparare i pasti, venendo loro stesse ferite o uccise, come Saly Zahran e tante
altre, o imprigionate come la 22enne Asma Mahfuzh, la principale organizzatrice delle manifestazioni
per la caduta di Mubarak ripresa in un video celebre che ha fatto il giro del mondo; dopo 8 mesi non
è stata ancora rilasciata dopo essere stata imprigionata con l’accusa di aver offeso gli uomini della
sicurezza e i rappresentanti del regime.
Donne di ogni astrazione sociale e di religioni diverse in Yemen e in Egitto hanno riempito le piazze e
le strade, in Yemen, con il loro vestito tradizionale di colore nero, hanno formato vere e proprie
cascate di “oro nero”, la cui vitalità e la cui energia esplosiva non ha meno potere nel provocare
cambiamenti nell’attuale ordine mondiale dello stesso petrolio.
3. Tawakkul Karman, riguardo alla quale ha scritto il nobel Paolo Coehlo, passerà alla storia per il
fatto di essere la prima donna araba, la prima donna che porta il hijab islamico, oltre ad essere la più
giovane ad aver ricevuto un Premio Nobel per aver avuto un ruolo importantissimo ai vertici
dell’organizzazione delle rivolte in Yemen che hanno fatto cadere un regime dittatoriale che durava
da 33 anni.
L’assegnazione di questo Premio Nobel alla Karman è il riconoscimento mondiale che non c’è
contraddizione tra l’essere musulmana praticante e l’essere allo stesso tempo militante attiva per i
diritti delle donne, e questo mette a tacere definitivamente tutti gli intenti “civilizzatori” nei confronti
della donna musulmana.
In Libia Iman Al 3Abidi, giornalista libica, è entrata con la forza nella sede della stampa
internazionale, per denunciare con coraggio davanti a tutte le telecamere del mondo, gli stupri subiti
da numerosissime donne da parte dei mercenari di Gheddafi.
Stessa sorte subita da altrettante donne in Siria per mano delle bande di criminali assassini fedeli ad
Assad che usano la vile arma dello stupro nei confronti di donne, uomini e perfino bambini, con
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l’obiettivo di piegare la volontà di un popolo che vuole liberarsi dalla completa sottomissione al
regime che lo opprime da 40 anni.
In Siria Tall Al Maluhi, ragazza diciassettenne, è stata la prima della primavera Siriana ad essere
imprigionata e torturata e trattata esattamente come sono stati trattati i prigionieri di Guantanamo.
Dopo di lei Suher Al Atassi è stata la prima a trovare il coraggio di accendere una candela in sostegno
alle rivolte di Tunisia ed Egitto, ed è stata per questo schiaffeggiata, quello schiaffo sul volto passerà
alla storia per essere lo schiaffo che ha spinto il popolo siriano a scendere in piazza a gridare “il
popolo siriano non vuole sottomettersi!”
È uno dei peggiori modelli di colonialismo quello che è stato per 50 anni alleato dei regimi oppressivi
del mondo arabo e di altre parti del mondo.
E che è rimasto loro alleato fino all’ultimo momento che ha preceduto la loro caduta.
Un colonialismo culturale che fomenta il razzismo, l’odio, e un certo femminismo che soffre di
complessi di superiorità nei confronti delle donne e degli uomini di altre culture, al punto da far
scomparire l’altro dalla sua letteratura e da elevare muri nei suoi confronti.
Facendo finta che di fatto non esista questo “altro”.
Migliaia di donne arabe e musulmane che sono scrittrici, giornaliste, intellettuali, ricercatrici, non
trovano spazio nei mezzi di informazione occidentali e nell’opinione pubblica. Come se di fatto
fossero fantasmi.
Queste rivolte hanno permesso che l’immaginario e la concezione della donna musulmana inizi a
cambiare, non solo nel mondo arabo, ma nel mondo intero.
Una rivoluzione che è uno tsunami che sta sradicando completamene ciò che di marcio c’era nelle
società arabe, come certe abitudini e certe tradizioni che non hanno nulla a che fare con la civiltà che
l’islam ha eretto.
Possiamo notare anche che l’occidente non vede più nel hijab delle donne musulmane una forma di
sottomissione visto che la sorella Karman è stata ricevuta dal ex presidente della Francia Sarkozy al
palazzo dell’Eliseo, lui autore della legge contro il velo islamico nelle scuole francesi in nome della
laicità, ha ormai compreso dopo questa rivoluzione delle donne che il velo islamico non impedisce
alle donne di conquistare la libertà ed essere protagoniste.
Si tratta di una rivoluzione che ridisegna i tratti dell’essere umano (donna o uomo che sia)
restituendogli la sua dignità e la sua libertà.
la libertà della donna deve rispettare i parametri scelti dalla donna stessa, nel rispetto dei suoi valori
morali e del suo orientamento politico e religioso , non secondo i modelli imposti da culture
“civilizzatrici” e colonizzatrici o secondo i modelli dei regimi oppressivi che vanno contro lo spirito
dell’islam, la sua cultura e la sua morale.
Le donne arabe e musulmane insieme agli uomini, stanno chiedendo libertà, dignità, pace e sicurezza
per le loro società e per il mondo intero.
Possiamo dire che la primavera araba è donna e il ruolo delle donne è stato fondamentale per la
primavera araba, protagoniste delle rivolte che hanno fatto crollare i regimi al potere in Tunisia
,Egitto, Libia, e lo Yemen, attivamente impegnate anche nelle proteste siriane per far cadere uno dei
regimi più sanguinari del mondo..
le donne stanno continuando il loro impegno politico per affermare i loro diritti, specialmente in
questi momenti cruciali di fase elettorale e stesura delle nuove costituzioni, chiedono che i loro diritti
siano formalmente riconosciuti e che il loro impegno politico porti a delle riforme in grado di
cambiare veramente la vita delle donne nel mondo arabo.
l'attivista libica Huda el abdelaziz Mohammad afferma che nelle riforme “deve essere imposta la
presenza delle donne nel processo decisionale, inoltre la parità di genere deve diventare un
elemento chiave nel programma di transizione verso la democrazia, di cui tener conto nelle riforme
costituzionali e nelle realizzazione della futura costituzione libica".
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Riporto anche le parole del ministro per la cooperazione internazionale" Andrea Riccardi " al
margine del convegno organizzato dalla comunità di S. Egidio sulla primavera araba : " il Nord e il Sud
del mediterraneo devono costruire un nuovo quadro democratico facendo cadere diffidenze per fare
posto alla cultura della simpatia tipica della nostra area.
Grazie anche alla Primavera araba oggi abbiamo la possibilità di costruire un nuovo rapporto, in cui
cristiani e musulmani, Occidente e mondo Musulmano, riscoprono valori di libertà e di democrazia".
Noi crediamo che tutti i popoli e tutti coloro i quali sostengono la libertà hanno il dovere di
proteggere questi principi e di sostenere le nuove democrazie che stanno nascendo nel mondo
arabo.
Noi come donne musulmane che vivono in Italia abbiamo partecipato a questo cambiamento con
numerose iniziative culturali, come il convegno annuale che era svolto a Milano e Verona
sottotitolo(la donna musulmana e la costruzione del cambiamento) il 7e8 maggio 2011, abbiamo
organizzato manifestazioni in difesa dei diritti umani e delle donne nel mondo arabo, ci siamo
impegnate con le organizzazioni umanitarie a fianco dei rifugiati e profughi, noi siamo con tutte le
donne e i uomini di buona volontà che sostengono i popoli per ottenere la libertà, siamo fiere del
contributo e del ruolo importantissimo che hanno avuto le donne arabe per il successo ottenuto
dalla primavera araba auspicando che la loro partecipazione sia effettiva anche nelle decisioni che
porteranno alla creazione di nuovi sistemi politici rispettosi della democrazia e del pluralismo
politico.
la partecipazione delle donne musulmane in tutti gli ambiti della vita pubblica e sociale è uno dei
presupposti del loro essere cittadine e deve essere una delle loro principali preoccupazioni.
anche dal punto di vista islamico essa ha le stesse responsabilità dell'uomo per quanto riguarda la
promozione dei principi di giustizia e di solidarietà, tutta la nostra riconoscenza va alle giovani e ai
giovani protagonisti del cambiamento nel mondo arabo, nella speranza di avere, insieme al mondo
intero, un futuro migliore.
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